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L'impresa rimossa dai partiti

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 13/02/2018

In edicola In edicola Dario Di Vico, Corriere della Sera
Nei programmi elettorali ci si è dimenticati delle imprese. Lo sottolinea Dario Di Vico in un editoriale sul Corriere della Sera. “Il secondo Paese industriale d’Europa - scrive - sta andando al voto ma i temi dell’impresa contano poco, quasi zero. È un paradosso che evoca Tafazzi perché i posti di lavoro di cui abbiamo assolutamente bisogno possono venire solo dalle imprese, non dalla spesa pubblica. E non c’è dubbio che la maggiore responsabilità di questa rimozione ricada sui segretari che confezionando le liste si sono guardati bene dall’inserire, in quantità consistente, personalità competenti dell’industria e del lavoro. Il tasso di conoscenza dei problemi dell’economia moderna di cui potrà godere il prossimo Parlamento si prevede ai minimi storici. L’impresa, dunque, pur rappresentando la spina dorsale della società italiana e il vero collante di molte comunità, e pur potendo contare su una constituency elettorale che tra imprenditori e dipendenti è di 15-16 milioni (senza le loro famiglie), appare nell’anno di grazia 2018 dimenticata, messa nell’angolo. Ma attenzione, è vero che abbiamo superato la Grande Crisi e gli imprenditori hanno mostrato eccezionali doti di resilienza, siamo però dentro una partita che non prevede il pareggio. È evidente che dopo anni sono ripresi gli investimenti ma il tasso di digitalizzazione delle nostre imprese è ancora basso rispetto ai concorrenti. La Grande Crisi ha portato a una gestione più oculata dei conflitti sindacali, sono stati rinnovati negli ultimi anni circa 40 contratti nazionali con reciproca soddisfazione delle parti, eppure la maggioranza relativa degli operai secondo i sondaggi finirà per votare per i 5 Stelle. Qualcosa vorrà pur di- re. Bisognerebbe rispondere con una grande operazione di democrazia economica «alla tedesca», la partecipazione dei lavoratori all’impresa, e invece questo progetto — ormai ma- turo — non compare nei pro- grammi di nessun partito e le forze sociali che pure ne sono convinte appaiono timide nel chiederlo. Duole dirlo, le responsabilità del cono d’ombra rimandano anche alla Confindustria”.
 
Sebastiano Messina, la Repubblica
Su Repubblica, Sebastiano Messina interviene sulla vicenda rimborsi nel M5S parlando di “furbetti dello scontrino”. “Dunque - scrive - quello che il candidato premier Luigi Di Maio voleva liquidare come «un problema di contabilizzazione», una questioncella da ragionieri, è in realtà la grana numero uno per il Movimento 5 Stelle: la scoperta dei furbetti dello scontrino. Non siamo più di fronte a un compagno di lotta contro affittopoli che paga solo 7 euro al mese per la sua casa comunale, o a un ammiraglio che s’era scordato di essere già stato eletto col Pd, o a un avvocato che aveva dimenticato di dichiarare l’iscrizione alla massoneria. Lo scandalo delle finte restituzioni dà una picconata robusta a un movimento che ha basato la sua popolarità, la sua immagine e la sua credibilità proprio sui soldi della politica, e sulla sua diversità rispetto a tutti gli altri: noi ci dimezziamo gli stipendi, loro no. Non sappiamo ancora quanto sia grande questo buco contabile che si allarga di ora in ora, come gli stessi vertici del Movimento hanno ammesso chiedendo le cifre vere al governo (perché quelle pubblicate sul loro sito si sono rivelate taroccate e inattendibili). Quello che sta venendo a galla rivela però un uso sistematico del trucco per aggirare la regola fondamentale del codice grillino, ovvero il taglio degli stipendi dei parlamentari. Il monolite che Grillo ha lasciato in eredità a Di Maio ha una crepa che si allarga di ora in ora, perché si scopre che nel circolo dei puri c’erano degli impuri (due di sicuro, ma forse otto o dieci, forse addirittura di più: lo sapremo presto). Si scopre insomma che loro non sono poi così diversi dagli altri, quando sul tavolo c’è del denaro. E non basta dire, come fa il giovane candidato premier, che lui caccerà tutte le mele marce. Perché ormai le mele marce sono in corsa per il prossimo parlamento, sotto la bandiera a cinque stelle, e la loro è una corsa in discesa:  Non possono essere revocati o cancellati dalle liste. Chi vota per Grillo vota per loro. Non possono neanche essere obbligati a dimettersi, come vorrebbe far credere Di Maio, perché non basta portarli davanti al notaio per rendere valido un impegno che va contro la Costituzione e resta comunque appeso al sì o al no delle Camere. Purtroppo per lui, i primi testimonial involontari di quello che doveva essere «il miglior gruppo parlamentare che l’Italia abbia mai avuto» sono proprio loro, i furbetti dello scontrino”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Anche Marcello Sorgi, editorialista della Stampa, commenta il presunto scandalo rimborsi nel mondo pentastellato: “C’è qualcosa di sorprendente nel fatto che il Movimento 5 Stelle, investito dallo scandalo dei mancati rimborsi dei parlamentari e da altre piccole e non tante piccole fibrillazioni della periferia (massoneria, affitti di favore, frasi razziste), non sembri risentirne, almeno non fino adesso, e conservi nei sondaggi le sue solide percentuali. Di Maio è corso ai ripari condannando, sospendendo, espellendo gli interessati, e soprattutto ridimensionando l’accaduto a una serie di casi personali, «mele marce» che a suo modo di vedere non dovrebbero intaccare la portata della maxi-restituzione operata fin qui dal Movimento. Ma si sa: una volta che la crepa è aperta, e man mano che si allarga, il fiume dei consensi all’improvviso prende una deviazione imprevedibile, e hai voglia a dire che è tutto da dimostrare, che gli accusati sono stati messi da parte anche prima di accertare le loro colpe, che non si faranno sconti a nessuno, si tratti degli ignoti parlamentari di base o di volti più noti, i cui nomi circolano con insistenza. Sei anni fa qualcosa del genere era accaduto a «Italia dei valori», il partito di Di Pietro, un altro che aveva fatto dell’anticorruzione il «core-business» della sua politica, e poi tutt’insieme era franato di fronte all’inspiegabile crescita del suo patrimonio personale e immobiliare, senza più riuscire a riprendersi. Se invece tutto questo finora non è successo ai 5 Stelle, è perché lo scandalo dei rimborsi ha colto il Movimento nel bel mezzo di una mutazione genetica che in prospettiva forse avrebbe potuto investire perfino la declinazione becera delle origini del tema dell’«onestà-tà-tà-tà». E non perché non si avverta il bisogno di una robusta iniezione di persone oneste nella vita pubblica, ci mancherebbe. Ma perché l’onestà dovrebbe essere un presupposto da dare per scontato, non uno slogan da scandire a ogni momento. Naturalmente non è affatto detto che la «rivoluzione culturale» innescata da Di Maio per rendere il Movimento di cui è leader forza di governo credibile sarebbe arrivata fino a questo punto. Ma la logica del «capo politico» che si propone come candidato- premier, presto o tardi avrebbe dovuto fare i conti anche con questo”.
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