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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 12/02/2018

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Carancini: «Macerata è stata usata»
«Siamo stati usati politicamente». Lo afferma, all’indomani della manifestazione antifascista e antirazzista, il sindaco di Macerata, Romano Carancini, intervistato su Repubblica da Paolo G. Brera. Su Macerata cala il sipario. Contento? «E’ stata una prova difficile. Prima nella gestione dell’emergenza, poi per l’assalto dei media e della politica che hanno spadroneggiato. Ora è il tempo dei cocci, della riflessione su quello che è successo”. Lei la manifestazione di sabato non la voleva, e non ha partecipato. Ma è stata tranquilla: non era giusto esserci? «Guardi, io non potevo e non posso vietare alcuna manifestazione. Chi ha saputo leggere bene la vicenda, e non era complicato, ha visto altro. Ho chiesto che fosse una settimana di silenzio. Era un ragionamento così folle? Non parlavo alla politica ma all’anima della città. La questione della sicurezza esulava da ogni mia valutazione. Ho creduto di interpretare i sentimenti dei maceratesi, credo avrebbero preferito restare in silenzio e riflettere. Quello che è successo è grave, e ha tanti risvolti: penso ai messaggi sconcertanti usciti sui social». Vi sentite usati politicamente? «Sicuramente sì, siamo stati usati. È parso chiaro a tutti noi maceratesi. Forse non abbiamo capito bene, non siamo abituati a tanta pressione. Il grido “Lasciate in pace Macerata” lanciato dal direttore delle Cronache Maceratesi esprime quello che provavo a spiegare io: la necessità di attendere i nostri tempi e di fare i nostri passi. Dobbiamo rielaborare il dolore». Ma che città è una città che accoglie antifascisti e antirazzisti con le finestre chiuse e le porte sbarrate? «È stato un paesaggio surreale. Una città così non l’avevo mai vista. Quelle finestre chiuse erano la prova fisica di essere ancora sul palcoscenico, in questo teatro creato dai fatti di cronaca, dalla politica e dai media. Ma questa non è Macerata. In queste condizioni la nostra città non è sé stessa».
 
Micossi: «Serve un accordo sull’unione bancaria»
«Fino a quando ci sarà lo scudo della Bce possiamo star tranquilli, però entro l’anno dobbiamo aver azzerato il rischio-euro». E’ l’avvertimento lanciato da Stefano Micossi, direttore generale di Assonime, intervistato sulla Stampa da Paolo Baroni. I forti ribassi della settimana passata a Wall Street e i reiterati crolli dei Bitcoin sono i primi segnali di una nuova crisi in arrivo? «No, quella dei Bitcoin è una partita a parte. Anche se questa bolla dovesse scoppiare non creerebbe problemi di sistema. Diverso il discorso sulla Borsa: in questo caso lunghi anni di politica monetaria accomodante hanno creato di nuovo eccessi di indebitamento e valori gonfiati di asset, titoli e azioni. Siccome le aspettative iniziano a girare ora abbiamo una correzione con cali nell’ordine del 10%». C’è da preoccuparsi? «E’ probabile che fenomeni di questo tipo continuino, soprattutto sul fronte americano dove gli squilibri sono più profondi. Ma non si tratta ancora di una minaccia per la ripresa economica». L’Europa rischia? «E’ una storia diversa, e non a caso l’euro è così forte. Perché il denaro che va via dagli Usa sta andando sui mercati emergenti e da noi. E siccome gli investitori pensano che ci siano ancora margini di aumento dei nostri stock e la Bce almeno per quest’anno terrà bassi i tassi, c’è ancora spazio per cercare nuovi guadagni». Lagarde invita le autorità di vigilanza a cercare di capire dove scoppierà la prossima crisi. Per noi europei cosa significa? «Noi siano ancora sotto abbondante morfina somministrata dalla Bce e questo lenisce il dolore. Però è vero che il nostro sistema mantiene elementi di fragilità, soprattutto per la difficoltà che abbiamo avuto nel chiudere un accordo sull’unione bancaria con l’assicurazione transfrontaliera dei depositi. Lo squilibrio principale è l’incertezza politica sul futuro dell’euro, che però potremmo superare con un buon accordo tra Francia, Germania e gli altri principali partner su unione bancaria e mercato dei capitali. Ma va raggiunto prima che finiscano gli acquisti dei titoli da parte della Bce. Ovvero entro il 2018».
 
Yadlin: «L’Iran sta preparando la guerra totale»
«L’Iran sta preparando una guerra totale contro Israele». Lo afferma Amos Yadlin, ex capo dell’Intelligence militare israeliana e ora direttore dell’Institute for National Security Studies, intervistato sul Corriere della Sera da Davide Frattini. Il Centro di ricerca e analisi legato all’Università di Tel Aviv nel «bilancio strategico per il 2018» ha innalzato il rischio di conflitto sul fronte Nord. «Per oltre dieci anni, dalla guerra del Libano nel 2006, l’abbiamo sempre stimato zero. La situazione è cambiata e questa volta (se scoppierà) lo scontro non avrà un solo fronte. Non la dovremo chiamare Terza guerra del Libano ma Prima guerra Israele-sciiti». La battaglia di sabato è un episodio chiuso almeno per ora? «È stata l’operazione più significativa dal raid contro il reattore atomico a Damasco del 2007. La massiccia risposta israeliana dovrebbe aver spinto a congelare il duello, sono state colpite batterie antimissile siriane e obiettivi iraniani. I nostri nemici dovranno impiegare un po’ di tempo a capire che cosa sia successo. Gli iraniani si sono imbaldanziti dopo aver garantito la vittoria ad Assad. Osano di più, ma non amano prendere rischi. Vogliono prima essere pronti per una guerra totale: per questa ragione stanno cercando di costruire impianti in Siria per fabbricare missili di precisione». I missili sparati dai siriani sono russi e i russi hanno addestrato i militari del regime a usarli. «I russi non sono nostri nemici ma hanno altri interessi. Devono capire che se continuano a sostenere la presenza degli iraniani e dell’Hezbollah libanese in Siria mettono in pericolo la stabilità e l’obiettivo di ricostruire il Paese. Israele è l’unica forza in Medio Oriente che può distruggere il loro piano di salvare Assad e mantenerlo al potere». Putin occupa il ruolo abbandonato dagli Stati Uniti. «Gli americani sono occupati in altre faccende, però a differenza di quello che tutti pensano non hanno lasciato la Siria. Sono dislocati con le forze speciali a est del fiume Eufrate e questo limita il potere e la libertà di movimento dei russi».
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