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Il futuro che i politici non vedono

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/02/2018

Il futuro che i politici non vedono Il futuro che i politici non vedono Paolo Mieli, Corriere della Sera
“A dispetto di un quadro complessivo relativamente tranquillizzante sia sul piano istituzionale che su quello economico, l’improvvido passaggio da un sistema maggioritario a un sistema proporzionale rischia di produrre un pericoloso terremoto”. E’ il rischio rilevato da Paolo Mieli. “Un sisma – scrive Mieli sul Corriere della Sera - fatto di lievi scosse che si producono a qualche distanza una dall’altra, i cui effetti forse non saranno avvertiti nell’immediato ma che, proprio per questo, potrebbe cronicizzarsi. Fino a rendere impercorribili le vie per un ritorno alla normalità che avevamo conosciuto negli ultimi anni. Una situazione del genere si è già prodotta nel nostro Paese, nel 1919. In Italia c’erano vari movimenti che chiedevano una forte discontinuità di governo e una grande formazione antisistema, il Partito socialista. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Nitti, volle il passaggio al proporzionale nell’illusione che il governo da lui guidato avrebbe retto e che lui stesso sarebbe riuscito a imbrigliare gli antisistema. Risultato? I socialisti conquistarono il 32,3% e i loro parlamentari, per smentire fin dall’inizio l’intenzione loro attribuita di volersi adeguare all’esistente, abbandonarono subito la Camera. Ne seguirono incidenti che diedero il là a una stagione movimentata: scioperi a raffica, occupazione delle fabbriche, scontri tra fascisti e socialisti. Nel frattempo si era formata una sperimentale coalizione di governo tra liberaldemocratici e popolari, alquanto instabile. E l’instabilità contribuì a incoraggiare ulteriori sommovimenti. Nitti restò al governo solo per pochi mesi, fino al giugno 1920. A sostituirlo fu chiamata la più grande personalità dell’Italia liberale, Giovanni Giolitti. Ma senza successo. Nel maggio del ’21 si provò a riportare il sistema alla stabilità facendo di nuovo ricorso alle urne, senza che ciò producesse gli effetti sperati. Finché nell’ottobre del 1922 intervenne, a chiudere la partita, la marcia su Roma”.
 
Federico Geremicca, La Stampa
“Giunti ormai a tre sole settimane dal voto, per Renzi la campagna elettorale non cambia verso e ogni nuovo avvenimento pare moltiplicare le difficoltà del Pd, già segnalate da tutti gli istituti di ricerca”. Sulla Stampa Federico Geremicca commenta la difficile fase in cui si trova il Partito democratico. “Non a caso – scrive Geremicca -, sono settimane che Renzi riflette e pensa alle possibili mosse in un dopo-voto che dovesse vedere il Pd seccamente battuto. Le liste elettorali sono state per esempio costruite guardando appunto al 5 marzo e alla necessità di avere gruppi parlamentari di «fedelissimi». E non è l’unica mossa che pare esser stata compiuta guardando ad un futuro che si annuncia burrascoso. Non si è forse ragionato a sufficienza, per esempio, su una scelta assai sorprendente effettuata da Renzi: quella di candidarsi al Senato, dopo una lunghissima campagna referendaria impegnata a dimostrare quanto quella Camera fosse inutile, costosa e perfino dannosa per il buon funzionamento del sistema democratico. La conversione del segretario Pd è stata tanto convinta e fulminante da spingerlo a candidare al Senato quasi tutti i suoi cosiddetti «fedelissimi». Una scelta che ad alcuni non è apparsa né neutra né casuale. Il gruppo di «fedelissimi» voluto al Senato - si ipotizza - potrebbe trasformarsi nel «nucleo fondativo» di un nuovo soggetto politico, nel caso Renzi dovesse perdere la sua battaglia nel partito, se sconfitto alle elezioni. E qualcun altro aggiunge: quel drappello di senatori è destinato a costituire una sorta di «opposizione di blocco» capace di condizionare nascita e morte di qualunque governo”.
 
Andrea Iannuzzi, Repubblica
“La decisione di Mediaset di trasmettere solo online l’inchiesta delle Iene sui rimborsi del M5S, aggirando la legge sulla par condicio per le trasmissioni televisive, smonta una volta per tutte l’idea che il web sia un medium, alla stregua di giornali, radio, televisione”. Lo scrive su Repubblica Andrea Iannuzzi, riflettendo su quanto sia anacronistica la normativa sulla par condicio nell’era del web pervasivo. “Ci troviamo di fronte al paradosso del servizio delle Iene che ognuno può vedere sul proprio smartphone, pc, smart tv da 50 pollici, purché non venga trasmesso dai canali “broadcast”. Non serve dilungarsi oltre per arrivare alla conclusione che questa legge è anacronistica e inadeguata, anche perché, nel caso specifico, non siamo di fronte a messaggi di propaganda elettorale, ma a un’inchiesta giornalistica che ha l’unico problema di essere stata prodotta da una trasmissione che non sta sotto testata: un cavillo assurdo, perché le notizie non si dovrebbero censurare mai, men che meno in campagna elettorale. Va detto che l’Agcom ha tentato di correre ai ripari sul tema di par condicio e internet, ma in zona Cesarini e limitandosi a dare vaghe indicazioni per le piattaforme come Google e Facebook, soprattutto sulla trasparenza dei messaggi di propaganda. L’impotenza dell’Autorità è tutta contenuta nella “moral suasion” relativa al silenzio elettorale: un invito (“sarebbe auspicabile”) a non usare i social alla vigilia e nel giorno del voto che può valere solo come gentlemen agreement. Perché nessuna legge può impedire a un candidato di farsi un selfie su Instagram sabato 3 marzo e condividerlo con milioni di follower, con buona pace della par condicio”.
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