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Un'astuta offerta di dialogo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/02/2018

In edicola In edicola Guido Santevecchi, Corriere della Sera
Le Olimpiadi invernali in Corea del Sud sono senz’altro un evento dal forte sapore diplomatico. E Guido Santevecchi, sul Corriere della Sera, prova a spiegare quella che è definita come “l’astuta mossa del dittatore”. “Queste Olimpiadi di Pyeongchang stanno offrendo, oltre alle medaglie sportive, prospettive politiche sulle quali è giusto riflettere, perché in gioco può esserci la pace dopo un negoziato per maratoneti della diplomazia o la guerra entro pochi mesi. Quello che sta accadendo dovrebbe convincere anche i puristi delle discipline alpine che lo sport a questi livelli si fonde con la politica, allo stato di soft power o di scontro duro. La cerimonia inaugurale è oggi, ma questa partita all’ombra della bandiera con i Cinque cerchi si sta giocando da molti giorni. E bisogna dire che fino ad ora la sta conducendo il nordcoreano Kim Jong-un, un uomo che non sembra avere il carattere dello sportivo (al suo Paese può vincere solo lui e chi lo sfida finisce male). Eppure Kim è stato veloce e sorprendente a Capodanno, quando ha annunciato di avere il bottone nucleare sulla scrivania e al tempo stesso ha rivolto ai sudcoreani pronti a ospitare le Olimpiadi a Pyeongchang una proposta di dialogo. Un’offerta che non si può rifiutare, dicevano i cattivi dei film e Kim è un attore con i missili e le testate nucleari. Il presidente sudcoreano Moon Jaain ha accettato e ha concordato l’arrivo dei nordcoreani ai Giochi del suo Paese, nonostante tutti i tempi di iscrizione fossero scaduti da mesi. La Casa Bianca sembra arroccata, quasi impreparata a giocare la partita. Eppure sono proprio gli americani ad aver inventato il motto sportivo «quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare». Però il rischio è che l’America di Trump sia davvero convinta che questo inizio di partita sia solo una sceneggiata e per paura di cadere in un tranello nordcoreano perda l’occasione. Bisogna ricordare che da quando è al potere, e sono passati ormai sei anni abbondanti, un centinaio di missili e quattro esplosioni nucleari, Kim Jong-un non aveva mai accettato di dialogare con la Sud Corea. Ora invece ha mandato anche la sorella a parlare con Moon, e si tratta della prima volta in assoluto che un membro della Dinastia Kim varca il 38° Parallelo, magari con un messaggio pacifico. Se poi, dopo aver ottenuto la medaglia per la furbizia tattica, questa partita diplomatica di Kim Jong-un si dimostrerà dopata, si farà sempre in tempo a revocare ogni premio e a sostituirlo con sanzioni ancora più punitive e anche con un «pugno che fa sanguinare il naso», come dicono gli strateghi del Pentagono che studiano bombardamenti mirati”.
 
Vladimiro Zagrebelsky, La Stampa
Contro il razzismo c’è un argine formidabile: la Costituzione. Ne parla Vladimiro Zagrebelsky in un editoriale sulla Stampa richiamandosi alle polemiche di alcune settimane fa sulle parole del candidato leghista alla Regione Lombardia sulla ‘difesa della razza bianca’.  Nel torrente di parole che ci avvolge e che impedisce di pensare, c’è chi ha preso sul serio il richiamo alla Costituzione (per quanto riguarda la difesa della razza ndr), non ha visto che si tratta di una sciocchezza e ha reagito dicendo: E allora togliamo quella parola dalla Costituzione. La nostra Costituzione, al suo fonda- mentale articolo 3, afferma il principio di eguaglianza, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni persona- li e sociali. La Costituzione non si preoccupa di affermare l’esistenza delle razze, ma interviene per vietare ogni discriminazione che su quell’idea si fondi. E si tratta di una formulazione del principio di eguaglianza e del divieto di discriminazione, eguale a quella che si trova nelle Costituzioni di altri paesi europei e in tutte le Carte dei diritti umani ratificate dall’Italia. La Corte europea ha escluso le dichiarazioni razziste dalla protezione della libertà di espressione. In Italia e in Europa, esistono leggi che puniscono in modo particolare e aggravato le aggressioni verbali o fisiche motivate dall’odio razziale, etnico, nazionale, religioso. Quelle antisemite sono le più note a causa della storia europea, antica, recente e attuale. Ma sono ora presenti anche gravi posizioni anticristiane o invece di islamofobia. Infatti alla motivazione razziale della discriminazione si accompagna spesso, intrecciandosi, quella che fa delle differenze religiose una ragione di odio. Se abolissimo la menzione della razza dall’elenco delle discriminazioni vietate dalla Costituzione, aboliremmo anche quelle leggi che le condannano? Sarebbe come garantire impunità ai razzisti e fornir loro legittimazione, dopo aver creduto di togliere argomenti a chi pretende di richiamarsi alla razza per proporre un programma di discriminazione di quelle diverse dalla sua. La via è invece un’altra: quella di riconoscerli e combatterli ogni volta che si manifestano, senza mai lasciar correre e far finta di credere che si tratti di frasi infelici, di ragazzate. Combatterli chiamandoli con il loro nome”.
 
Leonardo Becchetti, Avvenire
Su Avvenire, con Leonardo Becchetti si parla di ‘dazi giusti’ in aiuto della sostenibilità. “L’Unione Europea con la riforma dei dazi antidumping approvati a fine dicembre e da pochi giorni in vigore batte un colpo importante sulla questione della sostenibilità sociale del commercio, centrale per evitare che il libero scambio si trasformi in una corsa al ribasso sul costo e sulla dignità del lavoro. Infatti, è sotto gli occhi di tutti come il sistema economico sia particolarmente capace di perseguire obiettivi di profitto/investimento e innovazione, da un lato, e benessere dei consumatori, dall’altro, mentre non abbia al suo interno meccanismi automatici o correttivi in grado di garantire eguale attenzione a tutela del lavoro e sostenibilità ambientale.  La riforma europea dei dazi antidumping li avvicina significativamente all’idea della Social Consumption Tax. Se prima l’onere della prova dell’esistenza di dumping sociale (una distorsione dei prezzi al ribasso su prodotti esportati verso la Ue che nasconde pratiche di lavoro al di sotto degli standard minimi e di decente salario locale) era a carico degli industriali europei, adesso la questione si rovescia e si introduce il criterio del «confronto con i Paesi terzi simili». La nuova versione dei dazi antidumping Ue rappresenta un passo importante verso l’orizzonte ideale di una libertà degli scambi rispettosa della dignità del lavoro e della persona. In punto di principio, non ci sono dubbi che il primo valore (la libertà degli scambi) sia al servizio del primo. Ma così non è, e così non è stato tutte le volte che gli accordi di libero scambio hanno ignorato i rischi di dumping sociale e di corsa al ribasso verso lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro. I tempi odierni ci hanno abituato a cambiamenti rapidissimi e spesso inattesi. Se oggi non intravediamo ancora l’orizzonte, è tuttavia possibile che presto anche la battaglia sulla dignità del lavoro sia vinta a livello globale. Ciò, però, potrà avvenire solo se sapremo superare la tentazione di rispondere ai problemi attuali con guerre commerciali tra Paesi, ove inevitabilmente ogni azione produce una reazione generando una spirale perversa. Da questo punto di vista, strumenti come quelli descritti, che con- sentono di difendere la dignità della persona senza guardare ai confini sono anche l’unica via possibile e ragionevole per risolvere il problema”. 
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