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Fandonie demagogiche

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/01/2018

Fandonie demagogiche Fandonie demagogiche Michele Salvati, Corriere della Sera
Michele Salvati, sul Corriere della Sera, affronta il tema dellem “fandonie demagogiche” in campagna elettorale. “I politici che vediamo nei talk show non sono tutti incapaci o incompetenti, inconsapevoli dei gravi problemi che il nostro Paese deve affrontare. Molti non lo sono – scrive Salvati -. Ma tutti desiderano vincere le elezioni. E se sono convinti che per vincerle una buona dose di demagogia è indispensabile, che un ottimismo esagerato è un dovere e la verità è un optional, che parlare di sacrifici necessari è un tabù, anche i politici migliori si adatteranno all’andazzo dei talk show: illustrare agli elettori lo stato effettivo del nostro Paese, le misure che devono essere prese per migliorarlo, non è cosa semplice e per essere compresa richiede conoscenze che una gran parte dei nostri concittadini non possiede”. Insomma, “la moneta cattiva della demagogia, di una eccessiva semplificazione dei problemi, del ricorso a espedienti retorici che si rivolgono alla pancia più che alla testa, tende a scacciare la moneta buona della verità e della riflessione”. “Ed è per questo che chi si sforza in un tentativo pedagogico e cerca di dire la verità è normalmente visto come un non-politico, incapace di assolvere al primo compito che un vero politico deve affrontare, quello di raccogliere consenso – conclude Salvati -. Che poi il «vero politico» si dimostri – se cerca di realizzare le sue promesse – un cattivo governante è un problema che verrà affrontato una volta vinte le elezioni: le scuse per non avere realizzato quanto ha promesso sono infinite e verranno spesso bevute da chi gli ha dato fiducia”.
 
Stefano Folli, Repubblica
“In Lombardia e nel Lazio Liberi e uguali è alle prese con il primo vero ostacolo della sua breve esistenza. Un ostacolo ricco di insidie perché la prospettiva è di scontentare qualcuno, anzi molti, quale che sia la scelta. Sostenere Zingaretti a Roma e Gori a Milano? O uno solo dei due o magari nessuno?”. Se lo chiede su Repubblica Stefano Folli. Risolvere il rebus non è facile: “la coincidenza fra il voto nelle due grandi regioni e le elezioni politiche crea un groviglio in cui è arduo stabilire la scala delle convenienze. Anche perché occorre poi spiegarsi all’elettorato in modo chiaro, senza troppe cortine fumogene e senza apparire dei banali cacciatori di poltrone”. Per Folli “la soluzione più astuta è quella salomonica: “sì” all’alleanza nel Lazio, dove è candidato un non-renziano come Zingaretti con la cui giunta la sinistra già governa; “no” in Lombardia, dove il candidato Gori per il suo profilo professionale e l’amicizia con Renzi è lontano dall’immagine che Mdp-articoloUno vuole proiettare di sé”. Ma sarà un “no” tormentato “che arriverà solo al termine di un sentiero fatto di aperture (vedi Bersani), colloqui, confronto sui programmi. In altre parole, tutto il rituale politico di chi non vuole farsi trovare con il cerino in mano e ha bisogno di qualche convincente ragione da esporre in pubblico per giustificare il rifiuto”.
 
Filippo Ceccarelli, Repubblica
“Adesso parlo io”. Per Filippo Ceccarelli, su Repubblica, questo “si poteva leggere, fra il minaccioso e l’allettante, sui maxischermi dello studio di Porta a porta ogni volta che all’allora presidentissimo Berlusconi faceva comodo discolparsi o buttarla in caciara, a proposito delle olgettine di vario ordine e grado”. Questo “a riprova di un paese in cui tutto sempre cambia per restare fedele a se stesso, di nuovo da Vespa l’oracolo berlusconiano ha affrontato un argomento – le molestie, le donne, i corteggiamenti – che solo qualche sprovveduto poteva pensare fosse per lui inopportuno, delicato o scivoloso”. “E così ha sommariamente lodato Catherine Deneuve che ha detto «cose sante»”, aggiunge Ceccarelli, per il quale però “il punto di rilievo è che se Silvione torna a parlare, per giunta ex cathedra, di certe cose vuol dire che tutto, anche su quel terreno lì, è ormai superato, perdonato, dimenticato forse, o forse no, ma non cambia la sostanza politica”.
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