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Riconoscere il lavoro

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/01/2018

In edicola In edicola Dario Di Vico, Corriere della Sera
Il lavoro come tema centrale della campagna elettorale. Lo auspica Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera. “Se dovessimo operare una sintesi di questo primo scorcio di campagna elettorale - scrive - verrebbe da dire che gli spin doctor, gli uomini delle strategie elettorali dei partiti, si sono fatti l’idea che il rancore sociale si possa e si debba curare quasi esclusivamente con la spesa pubblica. Lo Stato per rimettersi in connessione con i segmenti più svantaggiati della società non avrebbe altra strada che comprare consenso nel modo più tradizionale che la politica conosca. Indebitandosi. Ma, ricordato che questa volta le istituzioni comunitarie e i mercati finanziari non ce lo permetterebbero, siamo proprio sicuri che non esistano altre strade per disinnescare il rancore? Forse peccherò di scarsa originalità ma credo che se si vuole ricostruire un legame non illusorio tra Paese legale e Paese reale non si possa che mettere al centro, anche della contesa elettorale, il lavoro. Passa qui lo spartiacque tra esclusione e inclusione, tra partecipazione attiva ai destini di una comunità ed emarginazione. Si eviti, dunque, di promettere l’ennesimo milione di posti e i partiti piuttosto dimostrino di conoscere le grandi trasformazioni che scuotono il lavoro: l’avvento delle tecnologie 4.0, i salari medi delle tute blu, il terziario low cost che stronca la mobilità sociale, i rider che portano il cibo a casa e i facchini della logistica, i ragazzi che hanno preso alla lettera Garanzia Giovani ma sono rimasti delusi. Dimostrando di conoscere questa umanità, di frequentare la società che si vuole rappresentare in Parlamento, la politica può anche pensare di affrontare il rancore senza tentare di comprarlo”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
In vista del possibile ‘anno zero’ dopo la campagna elettorale, le cosiddette “riserve repubblicane” scaldano i muscoli. Ne parla Stefano Folli in un editoriale su Repubblica: “La campagna elettorale più demagogica della storia repubblicana rischia di sancire il decesso della classe dirigente politica: il nesso fra i due aspetti è evidente. E il prossimo Parlamento  potrebbe diventare lo specchio di una Seconda Repubblica mai veramente nata e già decotta. Ecco allora che gli stessi vertici dei partiti impegnati nella gara delle promesse roboanti e fasulle si preoccupano di evitare gli esiti più distruttivi di questa corsa verso l’anno zero. Si prova a salvaguardare alcune individualità che un domani, in caso di bisogno, potrebbero essere messe alla prova del governo con qualche credibilità. Una classe dirigente di riserva, verrebbe da dire, immune o quasi dal virus della demagogia e come tale spendibile all’occorrenza. Il caso Maroni si spiega così. È noto che il presidente uscente della Lombardia è un leghista d’esperienza, una figura prudente molto diversa dall’irruente Salvini di cui condivide ben poco: non l’estremismo, non le campagne — oggi in sonno — contro l’euro, non la trasformazione del Carroccio in senso nazionalista. E in più è attento fin dagli anni di Bossi al rapporto con Berlusconi. Dopo il 4 marzo egli diventerà nel centrodestra l’archetipo di una classe dirigente da ricostruire e da proporre non solo agli italiani, ma al resto d’Europa. Quindi la battuta di Maroni («io so governare») è una vera e propria candidatura, sia in caso di vittoria del centrodestra sia nell’ipotesi che si debbano ricercare le fatidiche e ancora indefinite “larghe intese”. Ma il caso Maroni non è unico. Emergono qui e là altri esempi della stessa esigenza. Possono essere candidati al Parlamento o anche non-candidati. Come nel centrosinistra Carlo Calenda che si riconosce in uno schieramento ma non in un partito, il Pd di Renzi, ed è senza dubbio pronto a svolgere un ruolo pubblico anche dopo le elezioni. E ancora: il crescente spazio riconosciuto a Gentiloni nel Partito Democratico non è una concessione renziana, ma un preciso calcolo di convenienza: lui e un certo numero di ministri — non tutti — rappresentano il nucleo della classe dirigente che occorre disporre in campo quando gli slogan populisti non bastano più”.
 
Alberto Mantovani, La Stampa
La ricerca medica deve prescindere dagli interessi economici. Lo scrive Alberto Mantovani sulla Stampa a proposito della “notizia dell’abbandono da parte di Pfizer della linea di ricerca dedicata all’Alzheimer” che, sottolinea, “ha destato notevole preoccupazione, in particolare tra i pazienti e i loro familiari. Ma questo non significa che la ricerca sulle malattie neurodegenerative si fermi. Negli ultimi anni infatti lo scenario della ricerca scientifica in Medicina è cambiato. Le grandi aziende farmaceutiche non sono gli unici attori dell’innovazione terapeutica. Certamente hanno dato - e continueranno a dare - un contributo fondamentale allo sviluppo di nuovi farmaci, in tutti i settori. Non possiamo, infatti, non ricordare che i finanziamenti necessari sono davvero ingenti: la messa a punto di un farmaco innovativo comporta un esborso di al- meno 2 miliardi di dollari, e quello di un vaccino 1,5 miliardi. Per questo, per il nostro Paese, è un indubbio vantaggio ospitare sul proprio territorio numerose industrie del settore, piccole e grandi. Le malattie neurodegenerative - soprattutto quelle legate all’invecchiamento, come le demenze e l’Alzheimer - costituiscono una delle grandi sfide che abbiamo davanti, sul fronte sia della ricerca sia della cura. Il sistema nervoso centrale, così come quello immunitario, è infatti estremamente complesso e cruciale per il nostro organismo. Negli ultimi anni, i maggiori progressi effettuati hanno permesso di capire che, nella degenerazione del sistema nervoso centrale, esiste una componente di tipo immunologico e infiammatorio. Necessario dunque continuare a sostenere la ricerca preclinica ed indipendente, che negli ultimi decenni è stata uno dei più importanti motori di innovazione da cui sono derivati benefici per i pazienti. Solo così potremo rendere concrete le speranze di avanzamento terapeutico, in tutti i settori della Medicina”. 
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