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Altro parere

Trump, Israele, i sauditi e l'Iran

Redazione InPi¨ 07/12/2017

Altro parere Altro parere Fulvio Scaglione, Avvenire
Fulvio Scaglione, su Avvenire, ricorda come Trump avesse “accennato alla possibilità di trasferire l’ambasciata già durante la campagna elettorale del 2016”, ma “nulla, però, lo obbligava a procedere”. Si parte dalla “sconfitta militare e politica che gli Usa e i loro alleati hanno subito in Siria, dove la guerra civile ha portato alla sconfitta dei miliziani finanziati dall’Arabia Saudita, a un’accresciuta penetrazione della Russia in Medio Oriente e all’allargamento dell’influenza politico-religiosa dell’Iran”. Con “gli Stati Uniti che non possono sentirsi emarginati in una regione che hanno controllato per decenni”. “La prima risposta l’hanno mandata con il rilancio delle relazioni privilegiate con l’Arabia Saudita – continua Scaglione -. Poi è arrivata la disdetta unilaterale dell’accordo sul nucleare iraniano raggiunto da Barack Obama nel 2015 e firmato anche da Onu, Ue e Russia. Quindi l’annuncio di un piano di pace per comporre il conflitto tra Israele e Palestina. Infine, il colpo di scena su Gerusalemme”. Unendo i puntini “alla luce della preoccupazione verso l’Iran comune a Usa, Israele e Arabia Saudita” emerge che “israeliani e sauditi collaborano da molto tempo”, in un’azione che “potrebbe essere ancora più efficace se l’alleanza potesse uscire allo scoperto”. Ma per farlo “hanno bisogno di garanzie” e “Israele l’ha appena ricevuta”. In apparenza “questo complica la vita ai sauditi, che non possono sembrare i “traditori” dei palestinesi”. Ma Trump, segnala Scaglione, “sta per annunciare anche un piano di pace per Israele e Palestina che i palestinesi, ormai chiusi in un angolo, saranno quasi costretti ad accettare soprattutto se, come molte indiscrezioni confermano, la Casa reale saudita provvederà a renderlo meno sgradito con robuste iniezioni di fondi per il traballante regime di Abu Mazen”. In presenza di un accordo, “l’Arabia Saudita potrà dire che anche la questione palestinese è sistemata e così ampliare la collaborazione con Israele per contrastare l’Iran”, conclude Scaglione. 
 
 
Massimo Bordin, Il Foglio
Nella rottura con il Pd di Pisapia “lo ius soli, o culturae che sia, c’entra molto relativamente”. Lo afferma Massimo Bordin sul Foglio. “Meglio lasciar perdere il latinorum, anche perché Giuliano Pisapia è tutt’altro che un azzeccagarbugli, anzi qui, ormai mesi fa, si era scritto che il foro di Milano, senza farsi abbagliare dalle luminarie dei retroscena, poteva prevedere il ritorno di uno dei suoi membri più autorevoli – prosegue Bordin -. Da ieri lo scenario è questo. Il ritiro di Pisapia però non può essere seriamente addebitato alle priorità decise dalla maggioranza nell’ultimo scorcio di legislatura. Si può temere che la faccenda sia più complicata, che si tratti di una sorta di maledizione della sinistra continentale incapace di far convivere le sue anime, con la sola parziale eccezione di quella francese fino a che c’è riuscita”. In parole povere “il fallimento del tentativo di Pisapia, delineatosi come inevitabile fin dall’inizio, può essere letto come un danno collaterale della dissennata scelta della scissione “da sinistra” nel Pd e, per altri versi, di quella di Renzi di prendere a modello Macron piuttosto che i democratici americani”. “Va detto però che Renzi almeno si mostra figlio del suo tempo, comunque difficile per la sinistra, rispetto a quelli che riesumano, taluni senza nemmeno saperlo, il “terzo periodo” del Comintern”, così chiude la sua analisi Bordin.
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