Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Oggi hanno detto

Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 06/12/2017

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Yehoshua: «Trump combina solo guai»
«Trump combina solo guai». Così lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua, intervistato su Repubblica da Antonello Guerrera, commenta l’annunciata decisione del presidente Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Che conseguenze avrà la mossa di Trump? «Trump non sa di cosa parla. Gerusalemme è già la nostra capitale e non abbiamo bisogno di lui per saperlo. Così facendo, combina solo guai. Sarebbe l’ennesimo ostacolo alla pace tra israeliani e palestinesi. Una pace che dovranno raggiungere i due popoli, senza influenze esterne deleterie». Trump dice di avere anche un piano di pace per il Medio Oriente. «Vedremo. Durante la presidenza Obama, John Kerry è stato qui decine di volte come Segretario di Stato e non ha cavato un ragno dal buco. Difficile fare peggio». Crede che così Trump infiammerà nuove proteste e violenze in Medio Oriente? «Non credo sarà così decisivo, perché i palestinesi sono già molto arrabbiati. Eppure qualche speranza di accordo c’era: dopo il recente riavvicinamento tra Hamas e Anp, il presidente palestinese Abu Mazen avrebbe potuto moderare gli estremismi di Gaza e intraprendere un vero percorso di pace». E Israele che cosa dovrebbe fare, nell’idea di un unico Stato binazionale? «Fermare l’avanzata delle colonie in Cisgiordania, offrire ai palestinesi la cittadinanza, più territorio e allo stesso tempo maggiore autonomia. Purtroppo però oggi abbiamo un governo di destra e il premier Netanyahu non ha un approccio positivo verso i palestinesi che si comportano bene in Cisgiordania».
 
Abdul Hadi: «I palestinesi sono sotto choc»
«Siamo sotto choc». Lo afferma Mahdi Abdul Hadi, analista e fondatore del Palestinian, Arab and International Institutions, intervistato sulla Stampa da Francesca Paci a proposito dell'intenzione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Se l’aspettava da Trump che poche settimane fa il ministro degli Esteri palestinese Malki aveva definito più promettente di Obama? «Trump si sta rivelando una delusione, questo annuncio è stato più di una provocazione per i palestinesi, siamo sotto choc. Se sul serio dichiarasse la città “indivisibile” sarebbe la fine di qualsiasi negoziato sulla base di due popoli e di due stati, la fine di qualsiasi mediazione americana, una brusca sveglia per tutti». E se restasse vago sulla geografia della città ma vi trasferisse l’ambasciata americana? «Non si tratta di edifici da costruire ma del futuro e soprattutto del passato. Si tratta di istituzionalizzare lo sbilanciamento a favore di Israele che è una realtà sin dall’inizio». Gerusalemme dovrebbe essere la capitale di due stati o, simboli per simboli, anche voi nel profondo la sognate indivisa? «Gerusalemme è il cuore, la testa, la pancia dei palestinesi». Hamas dice che si è superato il limite, la Cisgiordania convoca tre giorni di rabbia. E adesso? «L’irritazione monta e riattizza il risentimento per un conflitto senza fine, vedo buio».
 
Robiglio: «Dalla politica un pericoloso tratto di irresponsabilità»
«Siamo molto preoccupati. La politica sta mostrando un pericoloso tratto d'irresponsabilità». Lo afferma Carlo Robiglio, neo presidente della Piccola Industria di Confindustria, intervistato sul Sole 24 Ore da Nicoletta Picchio. Che cosa la preoccupa con precisione? «La tentazione, che in molti casi diventa realtà, di cambiare le carte in tavola. Di fare e poi disfare senza tener conto delle conseguenze di comportamenti schizofrenici». A cosa si riferisce? «All’Ilva di Taranto, per cominciare. Ma anche al dibattito parlamentare sul Jobs act». Teme che a Taranto l’impegno di Am Investco svanisca? «Certo che lo temo. E ha ragione il ministro Calenda quando stigmatizza il comportamento del governatore Emiliano. Non è possibile fermare con un ricorso al Tar un investimento da 5 miliardi diretto a bonificare il sito e a tenere in piedi 20mila posti di lavoro». Emiliano ora dice sì al negoziato ed è disponibile a ritirare il ricorso se l’esito sarà positivo. «La sua resta una posizione demagogica destinata a procurare molti danni al Paese. Non solo per il pericolo che l’investimento possa sfumare, ma anche per la figura di fronte agli investitori internazionali». Che figura? «La figura di quelli che dicono una cosa e ne fanno un’altra, di un Paese inaffidabile dove nulla è certo e tutto può essere rimesso in discussione». Anche col Jobs act è così? «Certo. Non facciamo in tempo ad apprezzare i vantaggi di riforme che mostrano di funzionare che già pensiamo a smontarle. Come si può andare avanti così? Quale credibilità possiamo avere verso i partner Ue e quali certezze possiamo dare agli imprenditori?». Sono argomenti elettorali? «Sono innanzitutto argomenti elettorali. Fanno presa sull’opinione pubblica per una cultura anti industriale che non fa onore all’Italia, seconda potenza manifatturiera Ue».
Altre sull'argomento
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.