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Lo scandalo dei troppi silenzi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/12/2017

Lo scandalo dei troppi silenzi Lo scandalo dei troppi silenzi Guido Gentili, Il Sole 24 Ore
La vicenda dell’acciaieria Ilva di Taranto è esemplare di un silenzio della politica che è “sintomo di una malattia più insidiosa e rivelatrice”, perché nasconde, in realtà, "imbarazzati opportunismi". E’ quanto scrive stamane il direttore del Sole 24 Ore, Guido Gentili. “Accade che nella seconda potenza industriale d’Europa si possa correre il rischio, sulla base di un ricorso al Tar della Regione Puglia e del Comune di Taranto, che l’investimento del primo gruppo siderurgico mondiale vada in fumo. Addio acciaio, addio lavoro. Nel Mezzogiorno – ricorda Gentili - dove il sindaco di Taranto vede lo Stato «come un nemico» e insieme alla Regione promuove l’ennesimo contenzioso nel segno del «no». Il premier Gentiloni afferma che un grande Paese trova il modo di non disperdere i capitali pronti a bonificare l’ambiente e a salvare il lavoro. Il ministro Calenda, a proposito del ricorso, parla di «populismo istituzionale». Si alzano anche le voci delle imprese e dei sindacati. Inizia il tira e molla su come uscire da questa nuova emergenza. Ma tutto intorno, silenzio. Un operoso tacere perché, in fondo, il tema è scomodo, ci sono le elezioni alle porte e nella sinistra è ancora tempo di tormenti e veleni. I numeri degli investimenti valgono meno di quelli dei sondaggi. E che importa una figuraccia internazionale di dimensione mondiale? Silenzi diffusi, soffici rimozioni. Perché è più facile parlare d’altro. Più difficile, invece, affrontare i casi dell’Ilva o del debito pubblico o misurarsi su come non gettare a mare le riforme che hanno funzionato e proporne di nuove per accelerare la crescita. Lo scandalo politico e culturale – conclude il direttore del Sole - è anche questo”.
 
Massimo Giannini, Repubblica
Il commento in prima pagina di Repubblica, affidato a Massimo Giannini, si concentra sul caso banche e sull’ennesimo errore commesso dal Pd. “Per liberarsi dal fantasma di Etruria che lo bracca ormai dal 2015 e per recuperare consensi all’insegna di un avventuroso ‘grillismo di palazzo’ – spiega Giannini -, il Pd ha trasformato la Commissione parlamentare in un Tribunale del Popolo. E ha approfittato di una sola seduta, quella in cui è stato ascoltato il Capo della Procura di Arezzo, per emettere la sua ‘sentenza definitiva’: la colpa è tutta di Via Nazionale. Una mossa avventata, liquidatoria e auto-assolutoria. È evidente che Bankitalia e Consob hanno serie responsabilità nel buco nero che ha risucchiato quasi 70 miliardi di denaro pubblico e privato. Ma è altrettanto evidente che il partito di maggioranza che da Palazzo Chigi ha gestito le più delicate partite del credito non poteva cavarsela così. Ed è ancora più evidente che un personaggio-chiave come Maria Elena Boschi non poteva attraversare indenne i sospetti mai davvero chiariti sulla parte che lei stessa ha giocato in commedia”. Insomma, il Pd ha scaricato “tutto il peso dei crac sulle spalle dei controllori, condonando la Politica e condannando la Tecnocrazia”. “Troppe cose non funzionano, in questo goffo scaricabarile”, conclude Giannini, per il quale “sta succedendo quello che non doveva accadere. La macelleria bancaria fa morti e feriti. E diventa un’arma-fine-di-mondo in campagna elettorale. Il Pd voleva usarla per difendersi, le opposizioni la usano per attaccare. In un clima da Santa Inquisizione in cui tutti hanno peccato, e nessuno può scagliare la prima pietra”.
 
Federico Fubini, Corriere della Sera
Giorni fa la Bce ha pubblicato uno studio “che toglie la maschera a molte delle versioni che noi italiani raccontiamo a noi stessi a proposito della crisi: non sono state la Grande recessione o la tempesta sui titoli di Stato a determinare il ritardo del Paese sul resto d’Europa. È stata la quiete che è venuta prima”. Lo segnala Federico Fubini in un’analisi sul Corriere della Sera. “Dall’inizio dell’euro nel ‘99 fino al momento di rottura sui mutui subprime, nel 2007, l’Italia è il Paese che perde più terreno nella Ue - spiega Fubini -. In quegli otto anni il reddito per abitante scivola del 12% rispetto alle medie, un arretramento senza eguali. L’ulteriore ritardo accumulato in seguito, durante il decennio di crisi, è in confronto paradossalmente minore (-11%) e meno pronunciato di quello che subiscono la Grecia e la Spagna”. Il significato di questo studio – prosegue - è che “l’Italia entra nella Grande recessione come un organismo indebolito entra in una bufera d’inverno. È per questo che dal 1999 ha perso l’enormità di un quarto del reddito pro-capite rispetto alle medie europee. Non a caso fra le economie dell’Europa del Sud, in proporzione alla loro taglia, l’Italia è quella che registra meno afflussi di capitali prima della crisi e - tolta la Grecia - anche dopo. Non siamo stati colpiti da un complotto franco-tedesco o di chissà di chi altri. Semmai, da un nostro complotto ai nostri propri danni. Tutto questo – conclude Fubini - conta non solo per l’analisi economica di ciò che è accaduto, ma per quella culturale di ciò che ci sta accadendo. Perché le versioni che diffondiamo su noi stessi o quelle che gli altri raccontano su di noi creano le percezioni e gettano le basi di ciò che si deciderà”.
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