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Benetton: źTorno a colorare il mondo╗

Francesco Merlo, Repubblica, 30 novembre

Redazione InPi¨ 01/12/2017

Luciano Benetton Luciano Benetton A 82 anni Luciano Benetton torna in azienda per “cacciare i mercanti dal tempio” e Francesco Merlo lo ha intervistato per Repubblica. Cos’è successo alla Benetton dei bimbi bianchi allattati da grandi seni neri? «Nel 2008 avevo lasciato l’azienda con 155 milioni di euro di attivo e la riprendo con gli 81 milioni di passivo del 2016. E quest’anno sarà peggio. Per me è un dolore intollerabile. Perciò torno in campo come allora, con mia sorella Giuliana che a 80 anni ha ripreso a fare i maglioni. E con Oliviero Toscani per ripartire dall’integrazione. Non mi piace l’espressione “noi l’avevamo detto”, ma l’integrazione, lo ius soli e lo ius culturae, il meticciato dell’arte e dell’antropologia, della poesia e dell’amore, sono gli United Colors: uno stile di vita che abbiamo pre-visto e forse un po’ anche imposto. A difenderlo ci saremo, di nuovo, anche noi». In tanti vi hanno imitato e superato. «Mentre gli altri ci imitavano, la United Colors spegneva i suoi colori. Ci siamo sconfitti da soli. I negozi, che erano pozzi di luce, sono diventati bui e tristi come quelli della Polonia comunista. E parlo di Milano, Roma, Parigi... Abbiamo chiuso in Sudamerica e negli Usa». Qual è stato il peccato più grave? «Hanno smesso di fabbricare i maglioni. È come se avessero tolto l’acqua a un acquedotto. Ho visto cappotti alla russa, con il doppiopetto, il bavero largo, le spalle grosse..., di colore grigio sporco. Pensi che hanno chiuso le tin-to-rie». Il protettore dei tintori era san Maurizio, il santo dei cavalieri, con la pelle nera. Sembra inventato da Oliviero Toscani. «A vent’anni mi innamorai dei colori guardando Kandinsky». Triangoli gialli, cerchi blu e quadrati rossi. «L’abbinamento dei colori divenne per me una specie di ossessione. Da solo un colore non esiste. Ha senso quando è associato o contrapposto ad altri colori. E nelle tinture, nelle stoffe e nell’abbigliamento la chimica si confonde con la tecnica, e il simbolo con il costo. Guardi, questo fu il nostro primo maglione di tanti colori». Le piazze e i cerchi concentrici di Kandinsky. «Mi ispirarono anche le calze di Burlington, a rombi. Invece di lavorare con fili di diversi colori trattavamo la lana in modo da rendere alcuni fili refrattari al colore. Immergevamo nella vasca il maglione e, a costi ridotti, ottenevamo più colori e più sfumature». Nero come la pece, come le more, come il corvo, come l’inchiostro e come... il bilancio. È nero o è in rosso? «La gestione è stata malavitosa, ma non in senso criminale. Il bilancio è in rosso e gli errori sono incomprensibili. Come se chi governava l’azienda l’avesse fatto apposta». E tutti gli altri? «Imboscati. Non so trovare un’altra parola: imboscati per sopravvivere. Quando una bella azienda comincia ad andare male, il primo errore è sottovalutare la sofferenza della gente per bene. Nel declino, gli arroganti si fanno notare molto più degli altri, diventano ancora più spavaldi. In giugno è venuta da me una signora dell’ufficio vendite, scrupolosa e bravissima: “Signor Luciano, io non ho nulla da chiederle e non so perché sono venuta, ma il fatto è che la notte non riesco più a dormire. Quando arrivo al lavoro neppure mi salutano. E mi lasciano lì senza far nulla”. Ho scoperto che come lei ce n’erano tanti: i migliori». E lei dov’era. Perché lasciò? «Mi parve giusto passare la mano quando tutto andava bene. Volevo che si sperimentassero nuove strategie e si liberassero energie più giovani». Ha provato a rottamare. Pare che in Italia non funzioni. In nome dei giovani si commettono molti delitti. «Qui non ha funzionato. Ho lasciato prima a mio figlio Alessandro, il secondogenito, che presto ha fatto due passi indietro. E l’azienda è stata affidata ai manager. Qualcuno lo abbiamo mandato via. Qualcun altro ha capito e se n’è andato. Altri capiranno». Ma lei cosa faceva? «Ho cominciato con un giro del mondo in barca. Poi mi sono appassionato al restauro. Stiamo per inaugurare la chiesa di San Teonisto che fu bombardata nel 1944: quadri, soffitti, affreschi, capitelli... Con l’architetto Tobia Scarpa ne abbiamo fatto un auditorium. E le carceri asburgiche diventeranno un museo. Poi c’è la Fondazione, con il prestigioso premio internazionale Carlo Scarpa e la sua biblioteca di 70mila volumi sul paesaggio. Infine mi sono dedicato al progetto ‘Imago mundi’: 25.000 opere in 10x12 che ho commissionato ad artisti di ogni paese del mondo». E intanto moriva la sua creatura, che è l’origine della Edizione Holding: autostrade, aeroporti, stazioni, ristorazione, finanza, immobili, terre in America del Sud. Quasi 12 miliardi di fatturato nel 2016, con 64.000 dipendenti. Un impero nato dai maglioncini. Possibile che nessuno capisse la sofferenza dei maglioncini? «Qualcosa intuivo e capivo». E perché non è intervenuto prima? «Un po’ perché mi sfuggiva la gravità della situazione e un po’ perché non mi rendeva felice l’idea di tornare a quel lavoro». Teme di non avere la forza o la voglia? «La forza, vedremo. La voglia me la faccio venire». In Italia il capitalismo familiare nella seconda generazione spesso non funziona. Lei ha 5 figli, molti nipoti e nessun erede? «No. E credo che sia un errore cercare e imporre l’erede. Ci sono gli azionisti e poi ci sono i manager». Non c’è un altro signor Luciano? «Non lo vedo». Non c’è neppure di nome. Come mai? «Con i miei figli non ne ho mai parlato. Penso che lo considerino un nome ingrombante». Ingombranti sono i monumenti che, si sa, vengono eretti per essere abbattuti. «Io mi ero messo da parte, davvero». Si sente in colpa? «Non sento la colpa, sento la rabbia. E penso che la parte sana dell’azienda sia come me, arrabbiata. La rabbia ci farà bene». I dipendenti di United Colors erano 9766 nel 2008, e oggi sono 7328. Rischiano il posto? «Daremo una chance a tutti. Ma dobbiamo alleggerire l’azienda. E gli errori di gestione pesano molto più del costo del personale. Immagini una stanza piena di lattine, cicche, cartacce, sporcizia. Prima di riempire la stanza, dobbiamo spazzarla». E i colori? Fabrica è tornata a Toscani che mi ha anticipato le prime immagini. Sono istituzionali e puntano sull’immigrazione: i bimbi d’Italia bianchi e neri uniti a scuola attorno a Pinocchio, fratelli di legno, con l’Italiano di Collodi come lingua della fantasia. «Stiamo anche preparando un prodotto nuovo, rifacciamo i negozi, studiamo i colori, ci riorganizziamo». Il bis e la nostalgia non sono pericolosi? «Ho visto che anche Oliviero, malgrado l’apparenza, è molto più maturo. Allora non ci preoccupavamo mai delle conseguenze e non sempre facevamo quello che ci conveniva. Ma non ci comporteremo come un libro già scritto. E dunque non torneremo a mettere un grande preservativo all’obelisco di Place de la Concorde e io non mi farò fotografare nudo con la scritta “ridatemi i vestiti”. E però stia sicuro che torneremo ad azzardare». La sua vita è ancora compatibile con l’azzardo? La sua alimentazione è un’enciclopedia di nutrizionismo. Non è più il campione da viaggio e da osteria che andava ad aprire negozi a Cuba e New Delhi, poi alle 8 passava da Oliviero e “ogni sera era Natale: abbiamo mangiato e bevuto di tutto”. Ora si controlla mentre Oliviero crede ancora nel bisteccone davanti a un tovaglia macchiata di sugo e di vino a denominazione d’origine incontrollata. «Anche Oliviero comincia a controllarsi. Superati i 70, se non lo fai sei un pirla. E lui sa meglio di tutti noi che il giovanilismo è una malattia senile. Vedrà che troveremo i giovani giusti. Staneremo le intelligenze dovunque si trovino, a cominciare dagli immigrati che sono una ricchezza d’energia. Li chiameremo a Fabrica a studiare e a lavorare con noi. E in poco tempo torneremo a colorare il mondo».
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