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Francesco Caio, auto come gli smartphone

Laura Serafini, Sole 24 Ore, 9 novembre

Redazione InPi¨ 10/11/2017

Francesco Caio, auto come gli smartphone Francesco Caio, auto come gli smartphone «Un’Italia che ha tanti leader tecnologici di nicchia può aspirare ad avere leader tecnologici di sistema. Bisogna rischiare e vincere su dimensioni globali». Ne è convinto Francesco Caio, già ad di Poste e oggi consigliere del presidente del Consiglio per le politiche industriali, secondo il quale la digitalizzazione spingerà il consolidamento in molti settori. «Mi aspetto - sottolinea Caio intervistato da Laura Serafini sul Sole 24 Ore - nell’automotive una rivoluzione come quella avvenuta con gli smartphone: chi sviluppa e controlla i sistemi operativi vincerà la partita del futuro». In Italia il tessuto imprenditoriale è pronto? Sono ancora in molti coloro che ritengono erroneamente la digitalizzazione una sorta di gadget da aggiungere alle attività di un’azienda. In realtà il digitale è diventato elemento centrale di ogni business e uno dei tanti effetti di questa rivoluzione è quello di separare i servizi dai prodotti e dalle strutture fisiche necessarie a erogarli. Si pensi a cosa è successo nella musica: in molti casi la parte dei servizi viene esposta a dinamiche internazionali di globalizzazione, mentre gli asset fisici rimangono legati a economie di scala locali. In molti business, anche nel settore manifatturiero, il futuro sarà sempre più sganciato dalle dimensioni di scala limitate. È interessante quello che sta accadendo nel mondo dell’automotive. Nel mio recente viaggio nella Silicon Valley ho visto cose molto interessanti da questo punto di vista A cosa si riferisce? Penso a quanto è accaduto con gli smartphone: oggi chi controlla il mercato dei device - anche in termini di capitalizzazione - sono coloro che sono stati in grado di fare i sistemi operativi: Apple, che ha un hardware esclusivo per i propri smartphone (Ios), e Android, sviluppato da Google, che usano gli altri operatori. Penso che in futuro assisteremo a qualcosa di simile per le auto: vedremo un mondo di veicoli divisi fra l’Ios e l’Android dell’automotive. Mi ha colpito la notizia dell'alleanza delle grandi case tedesche, Mercedes, Volkswagen e Bmw, al fine di sviluppare sistemi operativi comuni per far fronte a coloro che li sviluppano da sempre. In California si comincia a ragionare sul valore del tempo di chi userà le auto senza guidarle: tempo trascorso davanti a uno schermo che la stessa auto controlla, accedendo alle informazioni che stiamo consultando. Chi controlla i sistemi operativi, controlla il tempo e le abitudini del consumatore. La vera sfida è capire cosa accadrà quando i processi di digitalizzazione entreranno nei sistemi produttivi tradizionali rivoluzionandoli. L’Italia com’è messa da questo punto di vista? La situazione da noi è a macchia di leopardo, legata alla capacità delle singole imprese o alla visione di singoli imprenditori. Anche se l’iniziativa Industria 4.0 sta facendo aumentare consapevolezza e investimenti. Quanto pesa una regolazione che in Italia e in Europa non sta al passo con i cambiamenti? La digitalizzazione ridefinisce lo scenario competitivo, per cui si potrebbe creare una sorta di astigmatismo in cui si regolamentano alcune filiere senza accorgersi che queste stanno perdendo terreno rispetto ad altri comparti. Mi riferisco, ad esempio, al sistema dei pagamenti. Dal prossimo anno entrerà in vigore la direttiva Psd2 in base alla quale nuovi attori, autorizzati dal cliente, potranno accedere alle informazioni del conto corrente e intervenire sui pagamenti con canali alternativi a quelli della banca. È chiaro che i nuovi attori, gli istituti di pagamento e le banche dovrebbero avere gli stessi paradigmi regolatori per operare ad armi pari. Ma non so se siamo preparati a livello europeo. È un appuntamento che preoccupa le banche Il vero Re di questo nuovo mondo sarà il cliente, che deciderà a chi rivolgersi. Certo chi opera già nel sistema dei pagamenti dovrà innovare per adeguarsi al fine di sopravvivere e sviluppare il business su livelli di scala diversi. Ritiene che questo fenomeno spingerà il consolidamento bancario? Sicuramente. Il tema della crescita dimensionale sarà fondamentale per sopravvivere nell’era della digitalizzazione. Vale per tutti, non solo per le banche. E questo perché va tenuto presente un altro effetto collaterale. L’effetto rete che si crea intorno a un operatore in termini di numero di clienti che lo utilizzano. Secondo la teoria economica tradizionale vale il principio in base al quale dopo una certa dimensione - ad esempio di una fabbrica - c’è una diminuzione del ritorno marginale. Molti dimenticano, però, che quando si parla di rete e di digitale vale la legge di Metcalfe (definita da Robert Metcalfe, l’ideatore delle reti Ethernet, ndr) per la quale l’utilità e il valore di una rete sono proporzionali al quadrato del numero degli utenti. Più si aggrega, più si cresce, più valore si crea. Questo spiega l’elevato valore di Borsa delle grandi piattaforme digitali. E significa che bisogna ragionare in termini di dimensioni e di scala importanti. Quello che davvero preoccupa in Italia, però, è la difficoltà del passaggio dalla idea nuova, dalla startup, al grande gruppo. Perchè? Perchè in Italia, a differenza di quanto accade all’estero, i fondi per finanziare un prototipo, quando ci sono le condizioni per far crescere il fatturato, ad esempio con un innesto finanziario da 50/100 milioni, i soldi non si trovano.Il digitale e la tecnologia sono essenziali, la scala è sempre più importante. Ambizioni e rischi importanti sono fondamentali per avare ritorni importanti. Senza questi passaggi di apprendimento non stiamo costruendo il tessuto industriale italiano dei prossimi 10-15 anni.
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