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Altro parere

Uno stress test di nome Draghi

Redazione InPiù 13/09/2017

Altro parere Altro parere Claudio Cerasa, Il Foglio
La “dottrina Draghi” potrebbe rappresentare un ottimo “stress test” per valutare il grado di responsabilità delle forze politiche italiane alle prossime elezioni. E’ quanto sostiene il direttore del Foglio Claudio Cerasa. “Accanto alle decisioni relative al futuro dell’acquisto di Titoli di Stato da parte della Bce, il nome di Draghi – spiega Cerasa - avrà un impatto importante sulla campagna elettorale per almeno due ragioni. La prima riguarda l’identità dei partiti di governo, la seconda ragione il futuro del prossimo Parlamento. Nel 2011, la lettera inviata da Draghi e Trichet all’allora governo italiano venne subita da molti partiti come una sorta di commissariamento del Parlamento. Nel 2018, invece, l’adesione alla dottrina Draghi, ben sintetizzata nell’idea rivendicata anche la scorsa settimana di «ridurre gli elementi di vulnerabilità dell’Italia con l’implementazione delle riforme strutturali», potrebbe diventare uno spartiacque importante per tracciare una linea di divisione netta tra i partiti che con responsabilità intendono completare quello che i governi di grande coalizione non sono riusciti a fare e i partiti che con meno responsabilità intendono smontare pezzo per pezzo quello che i governi di grande coalizione hanno provato a fare. Per capire in quale campo sceglierà di giocare ciascuna delle forze politiche che si presenterà alle elezioni – propone Cerasa - sarà sufficiente chiedere a ogni candidato premier cosa intende fare con i punti non ancora realizzati della famosa lettera della Bce. Nella grande incertezza dei prossimi mesi – conclude - l’unica certezza è che lo stress test giusto per misurare l’efficienza dei partiti di governo passa anche da ciò che ciascun partito sceglierà di fare con l’unica agenda con cui si può guidare l’Italia: quella firmata da Mario Draghi”.
 
Mario Ajello, Il Messaggero
“La legge sullo Ius soli e quella contro la propaganda fascista hanno avuto un destino diverso, ma è comune il loro spirito: attengono entrambe, più che alle urgenze del Paese, alla questione dell’identità della sinistra da ritrovare”. Lo scrive sul Messaggero Mario Ajello, per il quale “c’è dunque una trama politica che riguarda due norme che sembrano invece estranee al tessuto del Paese in questo momento. Il tramonto dello Ius soli è la certificazione che non poteva avere un grande cammino un’idea sbagliata e fallita per l’intempestività con cui è stata introdotta nel dibattito pubblico e proposta agli italiani e per la non aderenza agli attuali bisogni dei cittadini che anche il Papa, parlando in maniera nuova e sorprendente dei limiti dell’accoglienza, ha capito molto meglio di molti politici. Mentre il passaggio della legge Fiano appare più che altro come una vittoria di Pirro e come una sorta d’involuzione culturale che ripropone fuori tempo massimo il mantra del «passato che non passa» e il fantasma di un fascismo irripetibile a settant’anni dalla sua fine. Senza che nessuno, a parte i promotori, riesca a vedere l’urgenza e l’utilità di aggiungere alla legge Scelba del 1952 e alla legge Mancino del 1993 un dispositivo che va nello stesso senso”. In queste “due leggi sbagliate” Ajello ci legge “un richiamo retorico e rituale all’«anti-fascismo eterno» come facile espediente per ritrovarsi. E in più, un «nostalgismo» di chi, ostentando un disprezzo anti-popolare e crogiolandosi nel piacere di andare contro il senso comune, si ostina a credere che il fallimento del multiculturalismo non ci sia stato e che basta imporre lo Ius soli per sentirsi più buoni e più moderni”.
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