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Salamé: «In Libia l'Europa parli con una voce sola»

Marco Bresolin, La Stampa, 8 settembre

Redazione InPiù 08/09/2017

Ghassan Salamé Ghassan Salamé Ghassan Salamé, inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, vive ancora confinato nel suo quartier generale a Tunisi. Le condizioni di sicurezza non gli consentono di lavorare a pieno regime a Tripoli. Ma entro la fine di settembre è attesa la svolta: un contingente di oltre 200 caschi blu verrà dispiegato sul terreno per presidiare i luoghi sensibili. E così la missione farà un balzo decisivo. Salamé lo ha confermato a Marco Bresolin de La Stampa durante un colloquio nella residenza dell’ambasciatore Ue a Tunisi, subito dopo aver incontrato il commissario europeo Johannes Hahn. All’esponente dell’esecutivo Ue, in missione nel Paese nordafricano, l’inviato dell’Onu ha consegnato un messaggio molto chiaro: l’Europa in Libia deve parlare con una voce sola. Bisogna evitare che l’eccessivo attivismo dei singoli Stati, mossi da interessi nazionali, generi ulteriore confusione. Quali saranno le prossime mosse dell’Onu in Libia? «È nostro dovere stare il più vicino possibile ai libici per renderci utili e aiutarli. Per questo vogliamo aumentare la nostra presenza, tenendo però in considerazione la questione sicurezza. Abbiamo allestito un piccolo compound che potrà ospitare una parte sostanziosa della nostra missione. Spero che i miei colleghi inizino a usarlo gradualmente. Io nelle ultime settimane ho provato a visitare il maggior numero di città libiche, per ora sette, e ho fatto il mio report al Consiglio di Sicurezza direttamente da Tripoli. È stato un gesto simbolico per dire che siamo tornati». Resta il problema sicurezza. Da almeno due anni si parla del possibile impiego di un contingente di caschi blu con circa 250 soldati: quando arriveranno? «Saranno un po’ meno di 250, ma credo che possano essere dispiegati già nelle prossime settimane. Questo ci permetterà, verso l’inizio di ottobre, di condurre una parte significativa delle nostre attività in Libia. Cosa che non è stata possibile dal 2014, anche se la nostra presenza non è mai venuta meno: i nostri colleghi libici hanno continuato a lavorare per l’Onu». Anche lei trasferirà il suo ufficio in Libia? «Ma io spesso già lavoro da là, a volte mi fermo la notte. E non solo a Tripoli, ma anche Bengasi, Misurata e ovunque ho potuto. Purtroppo non sono riuscito ad andare nel Sud, ma succederà presto, spero». La scorsa settimana a Parigi i leader Ue hanno annunciato una serie di iniziative in Libia. In Europa, però, rimangono molti dubbi sulle condizioni nei centri di detenzione per migranti. È preoccupato? «Certo. Organizzazioni come Unhcr e Oim stanno facendo molti sforzi per migliorare la situazione. Recentemente hanno ricevuto un contributo aggiuntivo dalla Germania e stanno operando con il grande supporto europeo per compiere la loro missione. Credo che i centri di detenzione possano essere molto più umani di come sono oggi: i miei colleghi possono contribuire a renderli tali. Hanno dei piani chiari». Sì, ma cosa si può fare in concreto? «Molte cose. La vita quotidiana nei centri può essere cambiata in modo sostanziale per quanto riguarda la salute, la protezione delle donne, delle persone più anziane, dei bambini». Tutto questo però deve passare anche da una stabilizzazione del Paese. Crede che sia possibile organizzare elezioni il prossimo anno, come previsto dall’accordo raggiunto tra Haftar e Sarraj a Parigi? «Le elezioni sono il modo più democratico per esprimere le proprie scelte politiche. Però in Libia le scorse elezioni non hanno portato a un ricambio, ma solo a un’accumulazione di istituzioni. Anziché sostituire certe figure, ne hanno aggiunte altre. Bisogna quindi essere sicuri che portino a una vera rotazione, non a un incremento. E poi bisogna rispettare altre condizioni». Quali? «Bisogna essere certi che tutti accettino il risultato finale. Qualunque esso sia, anche se non è quello sperato. Inoltre servono leggi: per approvare una costituzione, per organizzare un’elezione presidenziale. Servono leggi anche per organizzare le elezioni parlamentari perché tra il 2012 e il 2014 le due leggi erano molto diverse. E non dimentichiamoci che le elezioni presidenziali sarebbero le prime in assoluto. Questo Paese era un regno, poi è diventato una Giamahiria e dopo gli eventi del 2011 non ci sono mai state elezioni presidenziali. Sarebbero le prime, quindi serve innanzitutto una legge. Ci sono molti aspetti da considerare. Ma vedo che il dibattito in Europa si dimentica tutto ciò…». In Europa ci sono molte iniziative sulla Libia, da parte di diversi Stati. Forse sono troppe? «E purtroppo non soltanto in Europa. Credo che il proliferare di iniziative, di mediazioni, non aiuti». Sta parlando all’Italia e alla Francia? «Parlo a tutti. Organizzazioni, governi, eccetera… I libici sono confusi. Ci sono sei-sette diverse operazioni davanti ai loro occhi. Non fatemi citare nessuna di queste, non voglio fare nomi, europei o non europei. Ma ricordatevi: troppi cuochi guastano la cucina». Quindi i governi dovrebbero lasciare l’iniziativa esclusivamente all’Onu? «Credo che l’Onu abbia una serie di caratteristiche negative. Non ha un esercito, non ha una intelligence, non ha una compagnia petrolifera, non vende niente, non produce niente, non importa beni, non esporta beni… Ma ha la caratteristica madre che serve a un’organizzazione per essere legittimata: l’Onu è molto più preparata per svolgere questo ruolo rispetto ad altri Stati o altre organizzazioni».
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