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Interviste da non perdere

Redazione InPiù 26/07/2017

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Tricarico: «Sulla Libia l’Italia indebolita dal caso Regeni»
Gli elementi di un accordo che l’Italia aveva concordato con la Libia nel 2012 per tenere sotto controllo i flussi migratori potrebbero essere ripresi oggi, anche perché l’Europa fatica a trovare una politica comune che aiuti il nostro Paese. Lo afferma il generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica, intervistato su Repubblica da Giampaolo Cadalanu. Oggi l’Italia critica la politica francese, poco collaborativa per il controllo dei flussi migratori. Ma appena pochi anni fa non era l’Italia ad avere l’iniziativa su questo tema? «Era il 2012 quando a Bengasi la Finmeccanica, di cui ero consulente, presentò a una delegazione del governo libico un piano articolato per il controllo delle frontiere terrestri e marittime». Qual era il nucleo centrale del progetto? «La spina dorsale era nelle rilevazioni dallo spazio, affidate alla costellazione di satelliti italiani Cosmo-SkyMed. I satelliti erano in grado di rilevare le tracce di un solo cammello, meglio delle immagini fotografiche. In altre parole, era possibile rilevare ogni movimento nei tratti desertici inquadrati. Il piano era modulare, se implementato per intero avrebbe permesso di “blindare” le frontiere libiche». Poi però la situazione politica è diventata, per usare un eufemismo, molto confusa. «In realtà anche oggi nulla impedirebbe l’uso dei satelliti, se i governi riescono a mettersi d’accordo per sfruttare questo strumento e fornire le informazioni a chi deve proteggere le frontiere». Che cosa manca perché un piano del genere decolli? «Manca la concertazione europea. In più, il ruolo dell’Italia in quella zona è indebolito per la mancanza di un ambasciatore in Egitto, per il caso Regeni».
 
Taormina: «Ora sono grillino ma il vitalizio lo voglio tenere»
“Questa è una legge assolutamente inutile, buona soltanto a fare gran cassa elettorale, qui c’è un problema fondamentale di diritti acquisiti che la Consulta ha già stabilito: la Corte la dichiarerà assolutamente incostituzionale”. Lo afferma l’avvocato Carlo Taormina, nel 2001 sottosegretario all’Interno nel secondo governo Berlusconi e per una legislatura, vice capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, intervistato su Il Fatto Quotidiano da Luca De Carolis a proposito del ddl Richetti. Al di là della bocciatura, che lei dà per scontata, la voterebbe? «Il vitalizio è una provvidenza giusta per chi fa e ha fatto le cose seriamente quando va in Parlamento, e mi ci metto anche io; significa rompere con le proprie attività professionali e la ripresa è assolutamente complicata». Servirebbe una pagella. «Meglio, mettiamo 150 deputati e 50 senatori, tanto gli altri stanno lì solo a rubare lo stipendio». È giusto che il vitalizio scatti anche per chi sta lì pochi giorni? «Assolutamente no, ma è ancora più ridicolo che su 630 deputati se ne lavorano 150 è grasso che cola, il problema è stato preso dalla coda». I 5 Stelle però stanno facendo le barricate per toglierlo a tutti. «Guardi, io sono iscritto al M5S dal 2016, per cui sono in parziale dissonanza, nel Movimento abbiamo varie idee, questa è la mia». E la vecchia militanza con Berlusconi? «Sarebbe ancora attuale, il problema è che ha tradito l’idea liberale alla quale noi di una certa generazione eravamo attaccati». E adesso la vede in Beppe Grillo? «Sì, il Movimento per me rappresenta lo strumento attuale per rovesciare questa classe partitocratica a destra e a sinistra e abbattere il sistema, stanno venendo pian piano fuori le professionalità e siamo pronti a fare il salto di qualità».
 
Speranza: «Con Pisapia solo una pausa»
«È solo una febbre della crescita. Siamo determinati ad andare avanti insieme e a dare rappresentanza a una moltitudine di cittadini che ci aspetta». Lo afferma Roberto Speranza, Mdp, che in un’intervista ad Alessandro Trocino del Corriere della Sera non nasconde le difficoltà del rapporto con Campo progressista, ma si augura una rapida ripresa del dialogo. Ieri Pisapia ha annullato il vostro incontro. Irritato, a dir poco. Come è andata? «Mi ha chiamato ieri mattina. Ci siamo confrontati e abbiamo ritenuto insieme che fosse il caso di prenderci un momento di riflessione». Pausa o de profundis? «No, l’obiettivo di fondo resta valido. Questa è una sfida che prescinde dalle nostre persone, è qualcosa di più grande delle polemiche». Avete criticato l’abbraccio a Maria Elena Boschi e il «sentirsi a casa» di Pisapia alla festa dell’Unità. «Ma chi se ne frega dell’abbraccio, quella polemica è stata montata ad arte». Ma lei si sente a casa alle feste dell’Unità? «Ci sono cresciuto in quelle feste, ne ho montati di tendoni. Il punto è la linea politica e il fatto che moltissimi non si sentono più a casa in quel partito, perché Renzi ne ha umiliato i valori originari. Dopodiché quella comunità non sarà mai il mio nemico». Pisapia vi accusa di avere la testa rivolta all’indietro. «A 38 anni ho poco da guardare indietro. Ma non mi vergogno del passato, c’è molto di buono: dalla storia dell’Ulivo al centrosinistra». Siete antirenziani accaniti. «È una caricatura l’antirenzismo tout court. Mi fa soffrire questo tentativo di farci passare per persone rancorose. Il punto sono le politiche. Noi vogliamo ripristinare le garanzie dell’articolo 18, Renzi dice viva il jobs act. Dal lavoro al fisco, dall’ambiente al ciaone sulle trivelle, Renzi ha stravolto l’identità del Pd».
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