Il professore perseguitato due volte
Il sottotitolo del libro di Pierluigi Battista, “Il professore ebreo perseguitato due volte” ( La Nave di Teseo 2025), è emblematico del vero centro di questo denso racconto : Tullio Terni e l’ipocrisia italiana. Ipocrisia è un termine poco usato nel lessico attuale, ma estremamente efficace . Viviamo tempi complessi, la violenta guerra in atto tra Israele di Nethaniahu e Palestina di Hamas ha rimescolato le carte delle nostre certezze, tanto che una nuova forma di antisemitismo circola anche in ambienti insospettabili. Ma torniamo alla rievocazione puntuale che Pierluigi Battista fa di anni intorno al 1938, quando entrarono in vigore le leggi razziali volute da Mussolini per compiacere l’alleato nazista e controfirmate dal sovrano, Vittorio Emanuele III di Savoia. All’assurdità e all’ingiustizia che gli ebrei italiani, spesso fascisti convinti, subirono, l’autore dà voce rievocando opere celebri che ne raccontano episodi drammatici, come “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, o il film di Ettore Scola “ Concorrenza sleale”. Il racconto si riferisce però alla sorte dei professori universitari: per poter continuare ad insegnare negli atenei italiani, era obbligatorio giurare fedeltà alla Patria e al Regime Fascista. Tullio Terni, scienziato prestigioso, Accademico dei Lincei, docente a Padova, fu uno dei 1200 docenti , tra cui parecchi ebrei, che giurarono. Solo dodici di loro non si sottomisero, ed è giusto nominarli, come fa Battista, uno per uno. Chi ricorda questi uomini coraggiosi, si chiede l’autore, e cita Giorgio Levi della Vida, che in piena età repubblicana ebbe a dire “La mia presenza rammentava qualcosa che avrebbero potuto fare e non avevano fatto”, a proposito di quella ipocrisia di cui si accennava. Le leggi razziali si abbatterono dunque con inusitata violenza sugli ebrei italiani, e Tullio Terni affermò di sentirsi fuori luogo, “un reietto in Patria”. Uomo elegante, colto, raffinato, un dandy, secondo il racconto di Natalia Ginzburg, colui che, amico del padre Giuseppe Levi, aveva introdotto in casa loro La Récherche di Proust. Dopo il 1942 Terni farà di tutto per difendere se stesso e la sua famiglia dalla caccia all’ebreo, cercando giustificazioni, documenti, attestazioni di fedeltà al fascismo, che, dopo la fine della guerra, nel 1946, gli costarono l’epurazione dall’Accademia dei Lincei, la seconda persecuzione di cui fu fatto ingiustamente oggetto. Nel racconto quasi angoscioso con cui Battista rievoca quei momenti tragici e grotteschi della storia italiana, vengono citati i casi dello scrittore Massimo Bontempelli, che, eletto Senatore per la sinistra nel ‘48, fu espulso perché era stato autore “di libri scolastici di propaganda fascista”; e quello della ebrea Margherita Sarfatti, celebre musa del duce, da lui abbandonata e fuggita in Sud America, che nel dopoguerra fu costretta a scendere da un treno per il suo passato di amante di Mussolini, malgrado sua sorella fosse stata braccata e gasata ad Auschwitz. Omertà, ipocrisia, oblio, indifferenza, questi sono gli atteggiamenti che Battista segnala come sintesi del suo ricordo della vicenda che coinvolse lo scienziato ebreo Tullio Terni, che umiliato dai suoi stessi colleghi, epurato, perseguitato, finì con l’ingerire la fiala di cianuro che portava con sé, sin da quando aveva temuto di finire nelle mani dei nazifascisti occupanti. Nella conclusione del libro, l’autore si chiede come mai non sia mai stato stilato un elenco di quegli italiani, professori universitari, insegnati di liceo, maestri, che usurparono indegnamente i posti lasciati liberi dai titolari perché ebrei. “Ed ecco perché la vicenda di Tullio Terni parla di noi….Di noi italiani…..Delle nostre colpe, dei nostri silenzi….della nostra memoria selettiva, delle nostre complicità… Della nostra faciloneria e superficialità manichea con cui leggiamo il passato”. Un passato con il quale ancora oggi non riusciamo a fare i conti con onestà e coraggio civile. Sulla tomba di Terni, nel cimitero israelitico di Firenze, si legge il Salmo 30 : “In Tua mano affido il mio spirito. Tu mia hai riscattato o Signore Dio di Verità”. Nella bibliografia pubblicata alla fine del libro, ritroviamo i nomi degli studiosi, storici, giornalisti che hanno lavorato con serietà sulla memoria e sulla storia difficile del nostro paese: fra loro cito Rita Levi Montalcini, Nello Ajello, Vittorio Foa, Natalia Ginzburg, Michele Sarfatti, Antonio Scurati, Lorenza Mazzetti, Mirella Serri.