L'epoca felice
Una foto in bianco e nero sulla copertina di “L’epoca felice”, (Feltrinelli 2025), il nuovo libro di Cristina Comencini che ritrae due ragazze sorridenti, felici, bellissime. La regista e scrittrice, figlia del grande Luigi, una delle quattro sorelle della grande famiglia, allude, nel mémoir, ad un ricordo nostalgico di una adolescenza perduta e mai davvero vissuta che l’autrice fa raccontare in terza persona a Rosa, che nel 1971 ha quindici anni. Nella famiglia borghese da cui proviene, ci sono anche la sorella maggiore Margherita, e la piccola Viola: tutti nomi di fiore, anche se la stagione che stanno vivendo non è così armonica e felice; le due sorelle andranno per due giorni in gita all’Abetone, con gli amici: Margherita con il suo ragazzo Marco, gli altri variamente accoppiati, Rosa, la piccola, è affidata alla sorella maggiore. E’ una ragazzina difficile Rosa, oggi si direbbe “problematica”: studia poco e male, non legge, è agitata, nervosa, intrattabile, fantasiosa. Ammessa nel gruppo dei più grandi, che sono impegnati in politica, Marco è una sorta di leader del Movimento studentesco, partecipa a manifestazioni, cortei, assemblee, e Margherita, brava, diligente, ordinata, lo segue per amore; Rosa è un po’ spaesata, ma un ragazzo più grande, Francesco, la rolleiflex sempre al collo, la fotografa, la corteggia, le parla, la protegge. I ragazzi si perdono nel bosco, ma una corrente magica passa tra la giovane Rosa e lo sconosciuto Francesco, che avrà delle conseguenze. Il romanzo si sposta al 2024. Sono passati oltre 50 anni da quella gita, molto è successo nella storia personale delle sorelle, e nella storia collettiva del paese. La fotografia ritrovata, in cui Rosa si ritrova quindicenne, ha segnato un passaggio determinante nella sua vita: lei al ritorno da quella gita, ha cominciato una diversa fase della sua esistenza. I genitori l’avevano ricoverata in una clinica dove era stata sottoposta alla “cura del sonno” , come si chiamò in quegli anni tragici il rimedio alla depressione. Ne era uscita immemore, cambiata. Aveva cominciato a studiare con impegno, era diventata una brava pediatra e aveva scelto di lavorare in Etiopia, salvando bambini dalla morte. Ora si ritrova con le sorelle, i genitori scomparsi, e i non detti, le omissioni, i segreti, scavano tra loro un solco di incomunicabilità malgrado la voglia di ritrovarsi, di ricucire una tela strappata dal tempo e dalla lontananza. Nell’alternarsi dei tempi della storia, gli anni di piombo e il nostro difficile presente, la scrittrice riannoda fili, rievoca atmosfere, modi di parlare, di vestire, di pettinarsi, di atteggiarsi nella società e nella famiglia che ci fa sentire vicini, solidali, curiosi e riappacificati con un tempo che per molti giovani di allora si è concluso tragicamente o ha lasciato profonde cicatrici permanenti. Indaga nel profondo della psiche dei suoi personaggi, le tre sorelle soprattutto, Cristina Comencini: ma anche i genitori, la nonna amatissima, un anziano medico, sono disegnati con lucida onestà che non esclude l’amore, anche se non si fanno sconti ad una borghesia che ha coltivato un perbenismo, una voglia di coprire, un desiderio di “normalità”, di non accettazione della devianza che ha avuto conseguenze letali nella vita di molti giovani nati verso la fine degli anni cinquanta. Si legge con interesse e commozione il libro di Comencini, pieno di immagini che hanno fatto la storia del costume, della sessualità, della moda, delle abitudini, dei rinnovati rapporti familiari e sociali dopo il 1968 nel nostro paese. Molta cultura, molte citazioni di libri e scrittori, più di ogni altro Rimbaud, il modello poetico a cui Rosa si rifà, e che Cristina Comencini pone come esergo alla sua bella storia, che si conclude con poche parole che danno sostanza a tutta la narrazione , “ La cosa più difficile del mondo è concedersi la felicità”.