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Mia madre aveva una cinquecento gialla

Enrica Ferrara, Fazi, 2024

Ex libris - Elisabetta Bolondi 05/07/2024

Mia madre aveva una cinquecento gialla Mia madre aveva una cinquecento gialla A Dublino da più di venti anni,  dove  insegna italiano , la scrittrice saggista napoletana Enrica Ferrara esordisce nella narrativa con il romanzo dal titolo originale e dalla copertina deliziosa, “Mia madre aveva una cinquecento gialla” ( Fazi editore 2024): un romanzo di formazione, raccontato in prima persona dalla piccola Gina, una bambina di otto anni, nel 1980, e successivamente nel 1987, quando ne ha sette di più, per concludere la narrazione nel 2008 :  la narratrice, ormai adulta, finalmente ha compreso una serie di misteri che hanno scandito gli anni dell’ infanzia e della faticosa adolescenza. Attraverso le vicende di una famiglia, quella di Mario e Sofia Carafa, e le loro due figlie, Betta e Gina, ripercorriamo una vicenda tempestosa che ha coinvolto l’intera storia italiana, quella del rapporto tra politica, camorra, terrorismo, negli anni ottanta del secolo scorso, che ha provocato  attentati, rapimenti, ricatti,  uccisioni, a partire dal caso di Aldo Moro, i cui misteri ancora non sono del tutto chiariti  dopo oltre quaranta anni. Mario Carafa era  dipendente di una banca a Napoli, membro influente della Democrazia Cristiana, desideroso di fare carriera anche per sostenere le aspirazioni  di benessere economico della moglie. Per leggerezza, per ambizione, l’uomo si trova invischiato in un gioco pericoloso  più grande di lui, all’interno di faide dentro la DC, dove ci si combatte con ferocia per l’affermazione di un modello politico che vede contrapposte due fazioni: chi, come Moro, tendeva al “compromesso storico”, sono gli anni del Pci guidato da Enrico Berlinguer, e chi al contrario lo osteggiava, “con i rossi mai”, come soleva ripetere Carafa. Le cose prendono la direzione drammatica degli anni che saranno definiti di piombo, e Mario Carafa è costretto a  nascondersi da chi lo vorrebbe morto; abbandona così la moglie e le due bambine, che si trovano sole, con pochi mezzi, senza alcun appoggio, spaventate dalla sorte che può incombere su Mario e su loro stesse. Un paio di episodi drammatici segnano per sempre la crescita di Gina, intelligentissima e precoce, incapace di adattarsi alla perdita di “Papaone” che ama teneramente e di cui non riesce a spiegarsi  la latitanza. Vediamo la ragazzina a scuola, difesa dal compagno Terenzio, figlio di un giudice, che la segue anche nelle sue reazioni talvolta bizzarre; insieme all’amica Sara decide di fuggire di casa e rifugiarsi a Ponza, dove spererebbe di incontrare suo padre, e la loro rocambolesca fuga in treno, verso Formia, sarà intercettata e condannata aspramente. Nel libro ci sono tanti episodi, che mescolano la vita privata di una famiglia in difficoltà con i drammi politici e gli intrecci malavitosi di quegli anni. La parte più convincente dalla storia, in parte autobiografica,  raccontata da Enrica Ferrara, è quella che vede la crescita di Gina, coinvolta in storie di enorme gravità da ogni punto di vista,  sparatorie, ferimenti, attentati,  e che tuttavia conserva la candida ingenuità di chi vorrebbe vicino il padre amato, vorrebbe un po’ di serenità per sua madre Sofia, “una donna tosta”, capace di resistere alle torture che le scelte del marito le hanno imposto; metafora di tutta questa trama due automobili, la cinquecento gialla di Sofia, contrapposta all’Alfetta blu, la macchina dei camorristi, scattante e a cinque marce, di cui è parte lo stesso Mario Carafa, pronto a nascondersi dietro un nome fittizio, Mario Coffey, lo stesso nome che verrà imposto alla figlie quando in clandestinità lo raggiungeranno in un breve e mitizzato soggiorno in Sardegna. Nella parte finale del romanzo c’è il racconto della vacanza in campeggio, ad Isola di Capo Rizzuto in Calabria, dove  Sofia , Betta e Gina arriveranno faticosamente con la cinquecento stipata fino all’inverosimile,  trascorreranno giornate indimenticabili: amicizie, amori, scoperte, baci, bagni notturni alla luce di un falò, finalmente serenità e spensieratezza, la vera vita per le tre protagoniste , un premio meritato: al ritorno, nella precaria cinquecento gialla, a spinta sulle montagne della Sila in un agosto infuocato , Ginetta afferma “Fu allora che capii che le cinque marce non servivano più. E che ce l’avremmo fatta sempre, noi tre donne. Anche se eravamo piccole, gialle e con una marcia in meno.” Uno stile coinvolgente, quello dell’autrice, che ci porta in una sorta di montagne russe dove temi politici, umani, giudiziari, familiari, si mescolano dando vita ad una narrazione incalzante, imprevedibile, talvolta caotica, come la testa della giovane e coraggiosa Gina, vera grande protagonista di questo romanzo originale, frutto di un ripensamento di anni difficili da parte dell’autrice che finalmente trova la forza di parlarne.
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