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La casa del mago

Emanuele Trevi, Ponte alle Grazie - 2023

Ex libris - Elisabetta Bolondi 13/10/2023

La casa del mago La casa del mago Il libro di Emanuele Trevi, La casa del mago, (Ponte alle Grazie 2023) coinvolge il lettore in diversi modi: partendo dalla scrittura, così intensa, variata nel registro, capace di passare dal tono alto delle riflessioni filosofiche, a quello ironico delle parti autobiografiche che raccontano un’infanzia, una giovinezza, una vita a contatto con una presenza forte, quella del padre, il professor Mario Trevi, famoso psicoanalista junghiano. E naturalmente il contenuto. Il mago è un personaggio appartato, con uno studio nel quartiere romano dei Parioli, quello che il figlio, ancora bambino, si sentiva descrivere dalla madre, anche lei grande psicoanalista, con la celebre frase, incipit del romanzo, “Lo sai com’è fatto”. Già, perché Trevi ha scritto un romanzo, certamente in gran parte autobiografico, anche se molto particolare, dato che vi si alternano parti che assomigliano piuttosto ad un saggio filosofico, ad altre del tutto fantasiose, romanzesche appunto, con personaggi simbolici  creati dalla fantasia di una narratore di valore: ecco allora la Visitatrice, la Degenerata, Paradisa, che partecipano alla narrazione  tanto quanto i personaggi reali della vita dello scrittore: la madre, la sorella, ma soprattutto il mago: il rapporto con il padre  è al centro del libro, che parte dal racconto che, in seguito alla sua morte, si decide di venderne la casa; le molte visite all’appartamento sono infruttuose, sembra quasi che le mura respingano i potenziali acquirenti, tanto che alla fine il narratore compie un passo decisivo: lui stesso lascerà la casa in centro, per trasferirsi con pochi scatoloni nel quartiere della sua infanzia, in quelle stanze che avevano ascoltato le voci delle centinaia di pazienti che il professore aveva cercato di guarire, dove aleggiavano, intorno alla monumentale scrivania, il mondo, gli oggetti, i libri, gli appunti, i disegni,  le annotazioni vergate  con una calligrafia chiara e precisa,  che Mario Trevi aveva accumulato nel corso della sua intensa vita professionale.
 
La narrazione procede su diversi tempi, quello dei ricordi personali , quello dell’inquieto presente del figlio, che ripercorre con affettuosa ironia il cammino a fianco di un padre speciale: eccolo appena decenne perdersi a Venezia, inseguendo uno sconosciuto  che aveva scambiato per il padre,  malgrado la raccomandazione della madre, sai- come- è- fatto, ripetuta come un mantra per rendere il bambino partecipe della distrazione paterna; e ancora accompagnarlo, poco prima della morte, al liceo Vitruvio di Formia, invitato da un gruppo di ex alunni del passato, quando il professore di filosofia Mario Trevi aveva cominciato ad insegnare: purché non si resti a cena, aveva preteso, poco attratto dai ritmi conviviali, mentre un panino alla stazione insieme al figlio lo avrebbe maggiormente gratificato. Il capitolo in cui è raccontata l’incapacità del professore di guidare la macchina, una vecchia Citroen azzurra, è un pezzo di grande ed affettuosa comicità, assolutamente esilarante.  Ad intere pagine dedicate a Jung, alle notazioni che il padre aveva fatto ai suoi libri, alla presenza della celebre Miss Miller, una paziente dello stesso Jung, si aggiunge il lungo ritratto di Ernst Bernhard. Un capitolo del libro molto coinvolgente, perché riassume quanto lo psicanalista ebreo, che aveva rischiato di finire ad Auschwitz, deportato poi in Calabria, abbia lasciato un ricco epistolario scambiato con la moglie Dora, in un italiano imperfetto, “Facciamo tutto ciò che possiamo fare e basta; perché non possiamo sapere di cui abbiamo bisogno.” Nel libro incontriamo tanti nomi famosi della cultura italiana che ci sono familiari, quelli di Manganelli, Natalia Ginzburg, Pietro Citati, Federico Fellini, molti dei quali pazienti di Bernhard nello studio di via Gregoriana. La parte più vera, profonda, emozionante della narrazione di Emanuele Trevi sta negli oggetti che il padre aveva maneggiato, nel vero senso della parola: mi riferisco alla collezione di sassi, raccolti, limati, levigati, accarezzati dalle mani del mago Merlino. E anche alla piccola umile lucerna romana, dono della professoressa d’inglese, che aveva accompagnato il piccolo Mario e le sorelle su un autobus, in fuga da Alba, “simbolo senza dubbio confortante, ma anche ammonitore delle tenebre che incombevano, che sarebbe stato necessario attraversare”. Nel rievocare la figura del padre, Trevi ricorre a molti aneddoti, a libri importanti che ne hanno determinato la carriera appartata ma nondimeno eccezionale, a memorie di un tempo in cui lui non c’era, quello della guerra, della militanza partigiana, della coperta infeltrita con un buco, quello che miracolosamente non lo aveva ucciso durante un’azione. E anche ad un sogno, quello che lo scrittore auspica che il padre lo incoraggi a scrivere di lui, perché “scrivere di persone e vicende reali non è troppo diverso dal cimentarsi con storie totalmente inventate. La memoria è una grande romanziera: dilata, corregge, omette senza scrupoli, pretende di usurpare un’affidabilità che non le appartiene.”
 
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