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Il vecchio figlio

Luciano Allamprese, Atlantide - 2022

Ex libris - Elisabetta Bolondi 09/09/2022

la copertina del libro la copertina del libro Sulla copertina candida del romanzo "Il vecchio figlio" (Atlantide, 2022) di Luciano Allamprese, spiccano un paio di occhiali da vista ed un bastone da passeggio: oggetti che appartengono alla quotidianità del padre del narratore, il bibliotecario che racconta in questo singolare romanzo il suo rapporto con il padre, con la famiglia, con la moglie Serena. L'autore ha costruito il suo libro in tre parti: tre sono le fasi della vita descritta, tre i personaggi della storia: il Capitano Rocco Ballaruccio, ufficiale dell'esercito di poco brillante carriera ma di fedeltà indiscussa allo Stato, il figlio primogenito, diverso dagli altri, una sorella e due fratelli gemelli, e la moglie Serena, che irrompe nella vita sua e della intera famiglia contribuendo a destabilizzarne gli equilibri precari.
 
La parte più convincente e meglio riuscita del libro è la ricerca linguistica, lessicale, grammaticale, sintattica, stilistica che il professor Allamprese, insegnante, riesce a far diventare "racconto". Nel descrivere l'infanzia del narratore ci imbattiamo in una serie di luoghi comuni, abitudini mentali, vezzi linguistici, proverbi, sentenze, modi di dire e di atteggiarsi, di mangiare e di vestirsi, di festeggiare le ricorrenze, nei quali è facile identificarsi: il personaggio del padre/Capitano/padrone di moglie e figli, è certamente parossistico e a tratti caricaturale: tuttavia non manca una buona dose di ironia nello scrittore, che, usando il carattere corsivo, mette in evidenza il lessico piccolo borghese di una famiglia dai modesti orizzonti, dai pochi viaggi, dalla scarsa cultura.
 
L'uso di tutte le figure retoriche contenute in un manuale di stilistica, ossimori, metonimie, metafore, iperboli, compaiono sottolineate da Allamprese con una certa bonomia, quasi a giustificare la figura tratteggiata in profondità del Capitano, che ha un solo cappotto, quello della divisa, un solo paio di occhiali, sempre quelli. I meccanismi psicologici, il risparmio, la paura delle malattie, la scarsa fiducia nei medici, il rigore morale, la scarsa considerazione per la moglie, devota e sottomessa a questa improbabile gerarchia familiare, una malcelata misoginia, mostrano un ritratto delle famiglie italiane della fine degli anni '50 fino al boom economico successivo nel quale è facile ritrovarsi. Moltissime locuzioni, rimproveri, proverbi, sentenze, citazioni latine, li ho sentiti risuonare come da un'eco lontana, un leit motiv che anche io ricordo di aver ascoltato durante l'infanzia, a casa e a scuola.
 
Il secondo personaggio, l'amata Serena, ci porta in un altro tempo e in una diversa atmosfera. Lei era divorziata, madre di una figlia, libera, nevrotica, disinibita, fumatrice e bevitrice incostante: malgrado molti lo avessero dissuaso, a cominciare dal padre, i due si sposano. Rapporto difficilissimo, destinato a concludersi presto, ma nondimeno molto interessante per i suoi risvolti nella vita futura del narratore: Serena non farà che sottolineare la somiglianza di suo marito con l'odiato padre, mettendone in evidenza le manie, le abitudini, in una sorta di progressiva identificazione con quel modello di maschio così contestato e aborrito.
 
Nell'ultima parte, quella che dà il titolo al libro, padre e figlio convivono, stabiliscono rituali ripetitivi, e non si sa chi dei due sia più vecchio o invecchi prima. Un romanzo familiare acuto nell'analisi dei comportamenti, attento ai dettagli di una vita come tante, banale, a tratti sconcertante nella sua ripetitività, che Luciano Allamprese racconta con un taglio linguistico assolutamente eccezionale. Abituato a correggere i compiti degli studenti? Le sue sottolineature sono notazioni linguistiche intelligenti, stimolanti, alla fine molto divertenti in un romanzo assolutamente originale.
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