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La bambina che mangiava i comunisti

Patrizia Carrano, Vallecchi - 2022

Ex libris - Elisabetta Bolondi 29/04/2022

La bambina che mangiava i comunisti La bambina che mangiava i comunisti Elisabetta nel 1956 compirà dieci anni. Una bambina speciale, che insieme a sua madre, vive un anno che dal punto di vista storico è fondamentale per la storia della sinistra italiana, quello del XX Congresso del Pcus, della fine del mito di Stalin e dell’entrata dei carri armati russi a Budapest. Interessante il punto di vista su cui è impostata la narrazione nel nuovo romanzo di Patrizia Carrano: la grande storia vista con gli occhi di una bambina: sua madre è una militante del Partito comunista, separata dal marito, nobile casertano dal quale la donna ha preso le distanze ideologiche. La vita a Roma di madre e figlia è una ricostruzione dei luoghi, delle abitudini, delle frequentazioni, dei quartieri di una città che negli anni Cinquanta del 900 cercava di ricostruire identità, benessere, amicizie, lavoro. La madre, col suo tailleur di grisaglia, la gonna con lo spacco dietro, tacchi a spillo, bella come una mannequin di Annamode, cerca di trovare una collocazione in quel partito comunista, molto maschilista, nelle cui lunghe riunioni a Botteghe Oscure si fuma, si discute, si guarda con favore all’Unione Sovietica, anche se piccole crepe si stanno aprendo nelle granitiche convinzioni dei militanti. Elisabetta guarda con curiosità il comportamento degli adulti che incontra: Emanuele Macaluso, Giovanni Perego, Felice e Viviana Chilanti sono i personaggi che sua madre incontra, mentre le sere a via Flaminia, ci si ritrova tutti all’osteria di Menghi, la celebre “osteria dei pittori” dove si riunivano artisti della scuola romana, Mario Mafai e Antonietta Raphael, e poi Leoncillo, Mino Maccari, Antonello Trombadori. Gli artisti disegnano schizzi che la mamma colleziona, mentre Elisabetta gioca con Lucilla Trombadori nel giardino della villa Strohl Fern a Villa Borghese, un luogo magico. Interessante per la ragazzina che legge le fiabe russe della strega Baba Jaga è una distesa di baracche, col tetto di lamiera, prive del necessario, dove vivono in un accampamento primordiale centinaia di “poveri”: Campo Parioli, quella vasta zona ai piedi di Villa Glori, nel luogo che verrà smantellato solo nel 1958 per far posto al Villaggio Olimpico, per le Olimpiadi di Roma del ’60. Lì in una metaforica battaglia culturale e politico-religiosa si affrontano il parroco di Santa Croce al Flaminio e i volontari del Partito Comunista, e competono nel portare aiuto ai “baraccati”, ognuno servendosi di una propaganda tipica di quegli anni, quando agli occhi della chiesa pacelliana “i comunisti mangiavano i bambini”. Elisabetta accompagna la madre al Campo per distribuire il settimanale comunista “Il pioniere”, vestita con un abitino a punto smock: la piccola Cesira, magra e sporca, le chiederà di provare il vestito, e comincia così l’amicizia preziosa fra le due bambine, l’incontro fra due realtà contrapposte che si fronteggiano in un quartiere romano dove il benessere sempre più esteso incontra a pochi passi una miseria da terzo mondo.
 
Così Elisabetta impara ad andare con suo padre da Doney a via Veneto, a Villa Massimo negli studi dei giovani pittori che si stanno affermando sulla scena artistica romana, nella sede della Cgil a Corso d’Italia dove le lasagne vengono servite con porzioni abbondanti alla mensa comune e sono rosse come le bandiere che sventolano nel manifesto di Giulio Turcato appeso nel salone. La bambina non va a scuola, sua madre l’ha esonerata dall’ora di religione discriminandola. Studierà a casa, ma questo la priva di amicizie e relazioni con i coetanei: solo Cesira, suo fratello Straccio, un ragazzo intelligente destinato al riformatorio, la piccola Mirella, figlia della portinaia, sono i suoi veri compagni. Patrizia Carrano esprime con il linguaggio semplice mai banale di una ragazzina degli anni ‘50 le difficoltà, le sconfitte, le speranze, gli obiettivi di un’intera generazione uscita dalla guerra, da una sconfitta militare e politica, dalla caduta di miti e dal tentativo di ricostruire tutto: case, identità, appartenenza politica, vita familiare. La madre di Elisabetta vive tutte queste esperienze, e la figlia non può che osservarle e viverle di riflesso. Anche lei imparerà a fare presto le sue scelte autonome: regalare il suo abito alla nuova amica, decidere di respingere la proposta della aristocratica nonna di raggiungerla nella casa avita e restare a Roma nella precaria esistenza che sua madre le offre, impegnarsi nella lettura: Andersen e Afanasjev saranno i suoi libri. La mitica nevicata romana del febbraio 1956, conclude il racconto nel quale, chi appartiene alla stessa generazione della protagonista, non può non immedesimarsi. Patrizia Carrano è riuscita, con la leggerezza di una fiaba, ma con la consapevolezza di chi ha molto vissuto e pensato, a rileggere la storia di quegli anni con la consapevolezza degli errori in buona fede fatti da molti, cattolici e comunisti, ricostruendo una visione umana del percorso culturale, politico, umano, e offrendone una sintesi lucida.  Patrizia Carrano ha scritto un romanzo originale e coraggioso, mostrando una quotidianità poco raccontata, un’atmosfera restituita con coerenza ed onestà intellettuale nella quale ritrovarsi.
 
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