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Dell'anima non mi importa

Giorgio Montefoschi, La Nave di Teseo - 2022

Ex libris - Elisabetta Bolondi 11/03/2022

Dell'anima non mi importa Dell'anima non mi importa L’ultimo romanzo pubblicato per La Nave di Teseo da Giorgio Montefoschi, lo scrittore romano che ha    pubblicato moltissimi libri, tutti ambientati a Roma, anzi in una parte di Roma molto caratterizzata, il quartiere Parioli, sta ricevendo ottima accoglienza dalla stampa. In una recente intervista Montefoschi si è detto consapevole di appartenere a quella borghesia agiata romana che lui ben conosce. I suoi gusti letterari, Bassani, Parise, Morante, Arbasino, Ramondino oltre a Moravia, di cui non si dichiara l’erede, tra gli italiani, e Thomas Mann, Musil e Lawrence Durrell tra gli stranieri, sono in parte i suoi modelli letterari. Mi ha colpito molto la dichiarazione di Montefoschi, “Soffro di totale mancanza di immaginazione”, come anche quella che afferma: “Gli scrittori devono muoversi nei luoghi loro propri. Chi si maschera da operaio o va a salvare i profughi afghani o ambienta una storia in Bosnia mette il cappello su qualcosa che non gli appartiene. E quel che scrive suona falso.”. Ecco dunque spiegate le trame dei suoi romanzi, a cui anche “Dell’anima non mi importa” (La Nave di Teseo 2022)   appartiene. I coniugi Enrico e Carla Rubbiani, lei quarantenne casalinga, gioca a tennis, indossa mocassini anni sessanta e abiti di colore pastello, parla con la figlia ventenne Maddalena e con la madre Donata; lui avvocato penalista con studio in viale Mazzini 11, abitano in un villino di via Michele Mercati, vicino al Bioparco, in quella zona del quartiere Parioli elegante, silenziosa, appartata. Frequentano i celebri bar di piazza Ungheria, la chiesa di San Bellarmino, l’enoteca Bulzoni, la libreria Manzoni. Strappano le erbacce in giardino, leggono il Corriere, passeggiano per villa Borghese, il Parco dei Daini, la Galleria d’arte moderna.
 
Un rapporto coniugale apparentemente tranquillo, fatto di un quotidiano ripetitivo: dialoghi brevi su argomenti della vita giornaliera, cibi semplici, vini, libri, buona musica, pochi amici: la presenza della figlia che studia, fa molte vacanze, è una interlocutrice costante e molto critica. Ma il desiderio del tradimento è in agguato. Enrico crede di innamorarsi della esuberante collega Simona Savignano, che lavora a Milano ma è spesso a Roma dove abita il padre, anziano medico con bella casa piena di libri, a via delle Terme Deciane, all’Aventino. Altro quartiere doc, nella geografia privilegiata dello scrittore.  Fra i due scoppia una passione, che impone ad Enrico di lasciare la casa di famiglia e di sistemarsi in un piccolo appartamento a Trastevere. La storia con Simona non funziona mentre Carla e la figlia gli chiedono di rientrare a casa. Cosa che Enrico farà, innamorato della moglie come non sapeva di essere, e più infelice e sofferente di come si percepisce. I percorsi attraverso la città, i ristoranti, le chiese, il lavoro un po’ trascurato, i viaggi a Sabaudia, il caldo asfissiante dell’agosto romano, la vacanza a Dobbiaco, sono le tracce che permettono allo scrittore di seguire la psicologia un po’ ondivaga di Enrico Rubbiani: un credente, frequenta la chiesa anche se in modo un po’ formale, non si capisce se davvero creda in un aldilà come il cattolicesimo lo descrive. Un borghese esausto, appare quest’uomo apparentemente privilegiato, molto solo, raffinato nei gusti letterari e musicali, colpito nel fisico,  “Il dolore alla schiena sta crescendo, è diventato un dolore che si espande nel corpo, colpisce le braccia , lo stomaco, il petto”. Una storia di silenzi, di incomprensioni, di ricerca di un appagamento che non arriva, mentre intorno ai protagonisti la città sembra soffocante, deserta, silenziosa.
 
La prosa di Montefoschi è attenta, sorvegliata, precisa in ogni dettaglio, capace di cesellare atmosfere, rumori, silenzi, angosce nascoste, turbamenti segreti, paura di provare una paura sconosciuta. Mi concedo una notazione personale:  sono nata nel palazzo di viale Mazzini 11 dove Enrico Rubbiani ha lo studio, frequento da sempre molti luoghi citati ripetutamente nel libro, e capisco quindi, con la sopraggiunta maturità,  l’affermazione di  Giorgio Montefoschi  che, accusato dalla critica di “ scrivere sempre lo stesso romanzo”, dice che in un luogo del cosmo, sempre quello, come la stessa panchina del Parco dei Daini dove ha ambientato molte scene dei suoi precedenti romanzi,  “ogni volta capita qualcosa di diverso”. Affermazione non priva di verità.
 
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