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Il nostro meglio

Alessio Forgione, La Nave di Teseo - 2021

Ex libris - Elisabetta Bolondi 08/10/2021

Il nostro meglio Il nostro meglio Alessio Forgione pubblica per La Nave di Teseo un grande affresco familiare narrato in prima persona, con una scrittura matura e letterariamente alta: l’esergo del libro è una citazione da La Storia di Elsa Morante, perché anche questa è una storia, di persone umili, nella Napoli circondata dai suoi quartieri periferici, Soccavo, Bagnoli, fra i quali si muove sugli affollati treni dell’hinterland e cresce il narratore, che, sin da bambino, aveva vissuto a lungo con i nonni. “Di solito, dopo pranzo, quando non rimane più niente da fare, dopo lavati i piatti e spazzato il pavimento, nonna dice che dobbiamo riposarci un po’ gli occhi.”L’incipit del romanzo   contiene già molti degli elementi che caratterizzano la narrazione: un interno modesto, una cucina semplice dove si mangia e si rigoverna, e la protagonista, nonna, che scandisce i tempi della giornata, e forse della intera vita del protagonista, il bambino amato, Chiccù. L’architettura del libro parte all’indietro, il capitolo 10, per poi aiutare i lettori a scendere nelle viscere dei pensieri e della formazione umana e culturale del ragazzo che andrà all’università, uscendo da una famiglia dove la cultura accademica non abitava, per riscattare agli occhi dell'amata nonna la sua condizione sociale. Non c’è trama, non una concatenazione di avvenimenti, ma la formazione della personalità del protagonista, la sua educazione sentimentale, circondato da personaggi che costituiscono un coro intorno a lui, ai suoi pensieri, alle sue aspirazioni ancora vaghe.  C’è l’amico Angelo, con cui suona in un gruppo un po’ velleitario, e che lo abbandonerà per trasferirsi a Londra, senza dare spiegazioni. C’è la tabaccaia Maria Rosaria, con cui si lega in un insolito rapporto di amicizia, senza sesso e senza coinvolgimento apparente, ma che lo aiuta a combattere una malinconica solitudine che lo insegue. C’è Anna, una barista incontrata per caso, che lo porta con sé a Procida, dove lei è di casa: un senso di estraneità lo colpisce, malgrado la bellezza dell’isola, ed è proprio “l’isolamento” la metafora di questa infruttuosa avventura.
 
Al centro della storia c’è l’improvvisa diagnosi nefasta che condanna l’amata nonna ad una fine imminente. Il racconto dell’estrema difficoltà con la quale il narratore affronta il tema della malattia, dell’abbandono delle sicurezze e della morte è la parte più dura e riuscita di questo romanzo che scava nel profondo delle angosce che appartengono a tutti noi. Intorno alla nonna che si spegne si affollano le tre figlie, sollecite, attente, dedite; il nonno si defila, come se l’accudimento fosse compito e prerogativa delle sole donne. Il nipote amato cercherà di assecondare il processo di allontanamento dalla vita con estrema difficoltà, travolto dalla contraddizione fra restare o fuggire, partecipare ad un evento definitivo e tenersene lontano.  lo scrittore riesce a rendere un fatto così privato, così personale, così coinvolgente, come metafora dell’esistenza e della sua fine comune a tutti noi: piangere, singhiozzare, gridare, pregare, cantare, abbracciarsi, quando non ci sono più parole da dire, cure da provare, gesti riparativi. Con lo strumento della letteratura Alessio Forgione riesce a catturare la parte più esposta, più fragile, più segreta di tutti noi, e ci autorizza ad un pianto liberatorio di cui non provare vergogna. Giunti finalmente al capitolo Uno di questo bel romanzo.
 
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