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Gli ultimi della steppa

Maja Lunde, Marsilio 2020

Ex libris - Elisabetta Bolondi 12/11/2020

La copertina del libro La copertina del libro La norvegese Maja Lunde dedica il suo romanzo "Gli ultimi della steppa", tradotto per Marsilio da Giovanna Paterniti, ad un tema poco frequentato dalla narrativa: quello dell'estinzione probabile di alcune razze di animali, a causa del riscaldamento globale e comunque delle mutazioni meteorologiche che si preparano: si tratta di una razza di cavalli selvaggi, i Cavalli di Przewalski, dal nome dello scienziato che per primo si rese conto che quagli animali, che provengono dalla preistoria e sono immortalati nelle immagini delle pitture rupestri, avrebbero avuto una fine inevitabile. Da qui parte il racconto di Lunde, che si svolge in tre diverse epoche, in luoghi diversi, con diverse storie degli uomini e le donne che hanno contribuito alla salvezza di quei preziosi animali, capaci di parlarci delle nostre più remote origini. Ho scarsa dimestichezza con il mondo animale, che qui occupa una parte significativa della narrazione, dirò tuttavia che sono rimasta affascinata soprattutto dagli umani protagonisti del romanzo: Michail Alexandrovic, un gentiluomo di San Pietroburgo che affida ad una relazione del suo viaggio in Mongolia, nel 1882, il racconto di quella straordinaria avventura vissuta insieme a un compagno, il tedesco Wilhelm, che lo spinge alla ricerca dei cavalli selvaggi che lui vorrebbe importare in Russia, nel giardino zoologico di San Pietroburgo di cui è infaticabile curatore.
 
Poi c'è Karin, una cinquantenne di Berlino, veterinaria, dal passato difficile, che ha dedicato la sua vita ai cavalli, alla loro ricerca e al tentativo di farli riprodurre per salvarne la specie: anche lei parte per la Mongolia nel 1992, e insieme al figlio Mathias e ad un collega mongolo, Juci, spera di far riprodurre e far crescere i cavalli che aveva salvato in una fattoria francese, anche se l'impresa non sarà affatto facile, e le costerà la rottura dei rapporti con suo figlio e con l'uomo che la vorrebbe per sé. Infine una terza storia, ambientata in una fattoria desolata in Norvegia: siamo ora ad Heiane nel non troppo lontano 2064. Il mondo è collassato, fame, siccità, mancanza di energia, abbandono della civiltà hanno ridotto gli umani a viandanti in cerca di sopravvivenza. Solo Eva, con la figlia quattordicenne Isa, tentano di resistere allevando animali, vacche, galline, maiali: con questi tentano una economia di sussistenza, in totale solitudine, finché bussa alla loro porta una giovane donna, Louise, dal passato drammatico, sola, fradicia e denutrita, che accetta di restare accogliendo la loro frugale ospitalità. Loro tre salveranno la coppia di cavalli selvatici che allevavano, simbolo di speranza nella sopravvivenza delle specie.
 
Le tre storie, le tre epoche, le tre sensibilità si alternano, fornendoci una narrazione a tratti altamente drammatica, o piena di atti coraggiosi, o violenti, o disperati, o privi di speranza. Ma Michail, Wilhelm, Eva, Isa, Louise, Karin, Mathias, Juci, sono prototipi di umanità che ci colpiscono: al centro della narrazione la metafora della nascita, degli umani e dei cavalli, dell'accudimento dei piccoli, del rapporto problematico tra figli e genitori, tra animali e cuccioli. E su tutto aleggia la consapevolezza che l'umanità sta preparando la propria inevitabile estinzione, a meno di non compiere subito gesti risolutivi. La mancanza dei confort a cui siamo abituati, la penuria di energia, cibo e di acqua, sembrano essere prossimi, mentre la descrizione della vita dei personaggi che la scrittrice fa con rara efficacia ci mette in guardia. La letteratura è sempre profetica, e in questo caso l'avviso è perentorio: salvare gli animali, salvare gli uomini, salvare la natura, salvare la sopravvivenza del pianeta è divenuta un imperativo categorico e improcrastinabile.
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