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Olive, ancora lei

Elizabeth Strout, Einaudi 2020

Ex libris - Elisabetta Bolondi 30/04/2020

La copertina del libro La copertina del libro Elizabeth Strout è un scrittrice americana che non delude, che affascina, che appassiona per la sua magnifica scrittura: il suo nuovo romanzo ha per protagonista l'ormai mitica Olive Kitteridge, che noi lettori italiani conosciamo attraverso la impeccabile traduzione di Susanna Basso. Leggendo il libro, mi sono trovata spesso a rileggere qualche passo, ripetere qualche frase, riflettere su come il mondo sia vicino, anche al di là dell'oceano, e come, in un paese enorme e difforme come gli Stati Uniti, si vivano sentimenti, sensazioni, sfumature del pensiero così simili e così profondamente empatiche: parliamo di una raffinata narratrice del Maine che vive a New York, che scrive da anni, che ha vinto numerosi premi prestigiosi, il Pulitzer nel 2009, ma il suo modo di raccontare la realtà di una piccola cittadina sulla costa atlantica, Crosby, di descrivere personaggi di ogni età, di diverse condizioni, di analizzare rapporti di amicizia, di prossimità, di parentela, è assolutamente convincente. In certi momenti della sua narrazione, vi sono piccole scoperte, dei dettagli, una espressione quasi buttata lì, una percezione improvvisa, che mi hanno fatto pensare al Joyce dei Dubliners: delle inequivocabili epifanie.
 
Incontriamo di nuovo Olive, burbera professoressa di matematica in pensione, ormai vedova di Henry, un brav'uomo, che vive sola a Crosby nella casa che ha condiviso con il marito. L'unico figlio, Christopher, abita con la moglie Ann e i loro figli a New York. Si sono visti solo qualche anno prima, al funerale del padre. Olive incontra un uomo grosso, ricco, simpatico, Jack, che la corteggia, vuole trascorrere il tempo con lei, anzi la sposa: anche lui è vedovo. Olive e Jack uniscono le solitudini, lei si trasferisce in casa di lui che è molto benestante e le consente una vita piacevole. Il romanzo è costruito sui racconti delle perone che si intrecciano quasi casualmente nei percorsi di Olive: ex alunne, come la poetessa Andrea, le amiche del quartiere che festeggiano con uno stupido shower party la prossima nascita di un bambino, invece la futura mamma entra in travaglio prima del tempo e in mezzo a golfini, tettarelle e sonaglietti è la stessa Olive a far partorire la ragazza nella sua automobile, in attesa dell'ambulanza.
 
Da manuale l'incontro con il figlio e la nuora giunti in visita per tre giorni: Olive non si sente adeguata perché non ha predisposto i cheerios e il latte per i bambini, che sono quattro, ma solo due di loro sono veri nipoti. Gli altri sono figli della nuora, e la inevitabile distinzione che lei fa, ha confezionato una sciarpa rossa per il solo Henry junior, la mette in pessima luce con figlio e nuora. Olive si interroga su che madre sia stata, se il figlio la ama, e si chiede, come tante suocere fanno, perché il figlio abbia scelto quella moglie! Molto efficace il tema della vecchiaia, di Olive e di altri personaggi, che la Strout affronta con coraggioso realismo, con atteggiamento comprensivo ma anche spietato: Olive vive il suo decadimento fisico, l'incontinenza, la malinconia della solitudine, il rapporto con le infermiere e badanti che le vengono imposte, con rabbia, con un senso di ribellione alla natura così crudele, ma anche con la rassegnazione della intelligenza. L'ultra ottantenne Olive, giunta alla fine della vita, dopo aver dispensato certezze, insegnamenti, consigli, dopo aver sotterrato due mariti, ormai sola in una casa di riposo, ripensa a sé, al suo percorso di vita, e ammette a se stessa di non avere capito davvero il succo dell'esistenza. Coraggiosa, intrepida Olive, sensibile, bravissima Strout, un binomio letterario esaltante.
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