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La ragazza d'autunno

L'inferno del dopoguerra a Leningrado

Giancarlo Santalmassi 31/01/2020

Una scena del film Una scena del film Confido nell'affetto che Ottavio Zanetti aveva per tutto Inpiù (anche per la mia persona, dunque) perché guardi di buon occhio il compito che mi assumo di scrivere la prima recensione cinematografica dopo la sua scomparsa.
 
Un avvertimento a chi va a vedere il film russo "La ragazza d'autunno" (del giovane Kantemir Balagov): ci vada preparato. Il suo consumo è per stomaci forti. Narra del dopoguerra di Leningrado, assediata dal settembre del 1941 all'agosto 1944, facendo naufragare la speranza nazista della guerra-lampo. (I russi, ricordiamo, furono capaci di incendiare Mosca per fare terra bruciata e sconfiggere Napoleone). Già si capisce dall'inizio di che si parla: un gruppo di adulti seduti chiede a un bambino in piedi di fronte a loro di fare il verso del cane. Un altro adulto dice "Non può, non lo conosce il verso: i cani se li sono mangiati tutti". La guerra è appena finita e la storia è quella di due ragazze che cercano di tornare a una qualche normalità. Film intenso dai colori bellissimi e saturi, che soffocano le atmosfere anguste di camere (mal) ammobiliate e interni squallidi, l'opera colpisce per un sistema di priorità e valori della vita quotidiana estremizzati e ribaltati rispetto alla normalità, riuscendo a colpire per i suoi momenti di discesa verso l'inferno e la decisa voglia di vivere e rinascere di due donne che si dividono la scena.
 
Masha (Vasilisa Perelygina) torna dal fronte, dove aveva combattuto cercando di vendicarsi dell'uccisione del marito, alla ricerca del figlioletto, lasciato in custodia a un'amica, ma purtroppo scomparso. Iya (Viktoria Miroshnichenko) è una spilungona bionda che ogni tanto si blocca guardando fissa nel vuoto, mentre se la cava lavorando come infermiera nel locale ospedale. Tutto intorno ci sono rovine morali, fisiche e psicologiche e Masha è ossessionata dal desiderio di una vita dentro di sé, qualcosa a cui aggrapparsi. Ma non può più avere figli e pretende che l'amica porti avanti per lei una gravidanza e le doni la maternità, perché "lui ci guarirà" (sarà un ufficiale medico ad assolvere questo compito). Insomma, come sappiamo bene anche noi italiani, il dopoguerra può essere una montagna invalicabile. Qualcuno ha scritto "le due donne si picchiano come per avere conferma di essere ancora in vita, e costruirsi un futuro in un mondo regolato dalla legge del più forte, o meglio del meno debole", vista la decimazione darwiniana già imposta dal conflitto.
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