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Marriage Story

Un buon film, quello di Noah Baumbach, per quell'atmosfera di progressiva e ineluttabile malinconia che riesce a stemperare su tutta la vicenda

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 13/12/2019

Marriage Story Marriage Story Non aspettatevi le profonde lacerazioni di “Scene da un matrimonio” di Bergman, ma neanche Woody Allen, rimarreste delusi, molto delusi. Di certi film di Woody Allen c’è comunque la decisa contrapposizione New York versus Los Angeles, più profonda di quanto siano, in apparenza, le ragioni dei dissensi che portano la coppia Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson) a separarsi e divorziare. Lui è un regista di teatro off Broadway che aspira a Broadway, lei è la sua musa e attrice prediletta, oltre che moglie e madre del loro bambino di otto anni. Si comincia con appunti da ambo le parti, sui pregi dell’altro, sulle ragioni per cui si sono innamorati e si sono messi insieme. Poi, subito dal terapista di coppia nelle scene successive. Le questioni sono solo sfiorate, si direbbe con reticenza, ma si capisce che Nicole è in sofferenza da mancata realizzazione, vuole tornare, e tornerà, a Los Angeles dove l’aspetta una carriera da serie tv per passare magari un domani alla regia. Man mano i frammenti del discorso amoroso di un tempo passano dal piacere all’ostilità, quel discorso si è interrotto forse per sempre. E si procede a piccoli passi sempre più offensivi, ci si fa del male, ma poco alla volta. Nonostante le premesse e le promesse, prima di tutte quella sacrosanta: niente avvocati, separiamoci da persone civili come siamo, si apre il fronte legale. E per di più con avvocati californiani, in testa quella incarnata, con piglio da iena divorzista, da Laura Dern. Ma neanche Ray Liotta è da meno, dopo una breve parentesi con un paternalistico e un po’ imbranato Alan Alda.  Gli istinti peggiori e le rivendicazioni più crudeli affiorano subito, persino un premio teatrale (di lui) va diviso (con lei). E poi lui è costretto a prendere la residenza in una costosa ma disadorna casetta californiana arredata alla meglio coni disegni del figlio per sostenere l’imbarazzante e umiliante esame di un’assistente sociale. Nonostante tutto e l’istruttivo inside nelle trappole legali californiane, il lessico familiare resta più da commedia, sostenuta da una sceneggiatura più che appropriata, che da dramma, anche si dramma si tratta a tutti gli effetti. D’accordo, il film di Noah Baumbach, non è Bergman e nemmeno Woody Allen, ma resta un buon film. E lo è soprattutto per quell’atmosfera di progressiva e ineluttabile malinconia che riesce a stemperare su tutta la vicenda.                  
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