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The Irishman

Requiem potente e disincantato

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 06/12/2019

 The Irishman The Irishman Cominciamo da quello che sembrerebbe un corollario periferico, ma non è, e che ha urtato qualche animo sensibile. Il lifting digitale. Ma che doveva fare Scorsese per far attraversare cinquant’anni di storia americana e personale a tre grandi attori, insostituibili, come Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci? Prenderne tre più giovani e fare come in “The Crown” dove si fa fatica a riconoscere negli anni la Regina interpretata ogni volta da attrici magari brave ma sempre meno somiglianti? Oppure costringerli a un lifting chirurgico, di quelli che lasciano faccette da trentenni inalberate su colli centenari, a metà tra le tartarughe delle Galapagos e i tacchini per il sacrificio del Thanksgiving ? Meglio, molto meglio il digitale, qualche borsa sotto gli occhi in meno, parecchie rughe in meno, un po’ di tintura per capelli, ma almeno l’espressività dei tre grandi attori è salva, proprio quella, riconoscibile ed iconica. Attraverso quelle facce e quei corpi e poi l’aggiunta di rughe rese più drammatiche e definitive, sempre col digitale, passano le loro storie e la Storia, quella americana, filtrata e raccontata dal loro punto di vista, di mafiosi il Frank Sheeran di De Niro e il Russell Bufalino di Joe Pesci o di sindacalisti indocili ma compromessi come il Jimmy Hoffa di Al Pacino. “The Irishman” va letto, man mano e durante le sue abbondanti tre ore che non pesano, come un potente e disincantato requiem per quel mondo e per quelle storie. Non a caso quando entra in scena un nuovo personaggio la didascalia ci spiega subito come e quando morirà, con una secca epigrafe tombale, non priva del dato di cronaca: a casa sua, dal barbiere, al ristorante , quanti colpi, quante coltellate o con un bel botto definitivo.…
 
Del resto il film comincia in una casa di riposo dove Frank Sheeran, solitario vecchio superstite di quel mondo, passa il tempo  su una sedia rotelle. Vorrebbe riprendere i contatti almeno con la figlia Peggy, ma lei ha tagliato i ponti da anni. E poiché questo è anche un grande film d’azione, ma di poche parole e di grandi silenzi, sono indimenticabili gli sguardi – solo quelli senza domande – che la figlia gli rivolge negli anni quando comincia a capire quale sia davvero il lavoro del padre e ogni volta che lo vede rientrare, sempre in silenzio, da qualche missione o ‘lavoro’ di cui si parlerà poi, ma solo nella cronaca nera dei giornali e delle televisioni. Frank Sheeran si è specializzato in violenza silente, da trasportatore di quarti di bue passa sotto la protezione di Russell Bufalino, in apparenza mercante di stoffe e gioielli, in realtà potente boss mafioso. Anche lui è di poche parole, ma quando dice << bisogna fare qualcosa>> Frank sa che tocca a lui mettere a posto quel ‘qualcosa’, presto e facendo  meno rumore possibile. Devozione, amicizia e poi tradimento come nei confronti di Jimmy Hoffa, sono per lui definitivi. Come definitiva sarà la solitudine a cui lo condanna la figlia Peggy. E definitivo come questo film, dopo il quale sarà quasi impossibile raccontare di mafia, potere, politica. Almeno come lo ha saputo fare Scorsese.     
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