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La belle Úpoque

Quasi un decennale di Midnight in Paris di Woody Allen

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 22/11/2019

La belle Úpoque La belle Úpoque Pensate a un quasi decennale film di Woody Allen, “Midnight in Paris”. Uno scrittore americano a Parigi ogni sera a mezzanotte viene invitato a salire su una macchina d’epoca che lo riporta indietro nel tempo ai mitici anni Venti, dove incontra Hemingway e Gertrude Stein, Picasso e Dalì, Zelda e Scott Fitzgerald, e pure Luis Bunuel e Modigliani. E’ il suo modo di fuggire dalla realtà di una fidanzata americana e della di lei famiglia borghese e destrorsa e assillante sul suo lavoro di scrittore prossimo al fallimento. Se passate dall’artigianato della fantasia e della nostalgia al potere allo sfruttamento industriale dei medesimi, vi trovate in un altro film, il recente “La belle époque” diretto da Nicolas Bedos, dove la belle époque sta per quella che ognuno trova la migliore della sua vita o della storia (anche in “Midnighit in Paris” a un certo punto gli invitati di una festa facevano a gara per eleggere la propria personale epoca d’oro). Solo che qui la cosa avviene su un piano di piccola industria. Un regista di serie tv (Guillaume Canet) molla una promettente quanto politicamente scorretta serie in costume per dedicarsi a realizzare, a pagamento, viaggi nel tempo per la Time Travel e allestiti con adeguate scenografie, costumi, sceneggiature, attori, in vari studi cinematografici. Che poi sarebbe uno dei compiti del cinema, trasportarci ‘altrove’ e raccontarci delle storie.
 
C’è chi vuole tornare ai tempi parigini di Hemingway appunto, o tra i nazisti di Hitler. Victor, ultrasessantenne, grazie all’interessamento del figlio coinvolto nello stesso business della Time Travel, vuole rivivere quel magico giorno di maggio del 1974, quando in un caffè di Lione chiamato la Belle époque incontrò la donna della sua vita , Marianne. Quella stessa che ora lo ha cacciato di casa dopo quarant’anni insieme perché <<quando dormo con te sento che invecchio più rapidamente>>. Nella messinscena solo Victor è se stesso, truccato e vestito da anni 70, gli altri sono tutti attori che interpretano i personaggi della sua vita di allora. E sarà lui stesso, autore di fumetti allora famoso e oggi disoccupato, a ridisegnare lo storyboard della nostalgia di quel suo tempo d’oro.  Il meccanismo dell’andirivieni nel tempo e dell’intreccio tra realtà e finzione a pagamento funziona molto bene, con l’intrigo supplementare della storia (vera) tra il regista e l’attrice che interpreta Marianne. Ma anche le sceneggiature più intelligenti, vivaci e inventive devono fare i conti col finale, possibilmente consolatorio. Un cast di prim’ordine viene in aiuto anche quando si va verso l’epilogo, a cominciare da Daniel Auteuil in versione tenerezza nostalgica, a Fanny Ardent bellissima portatrice delle battute più caustiche e crudeli, e a comprimari come Pierre Arditi e Denise Podalydès , in prestito dalla Comedie Française.         
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