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Parasite

In fila per il vero cinema

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 13/11/2019

Una scena del film Una scena del film Non capitava da tempo, neppure a Genova, città a suo modo cinefila da sempre. Una fila lunghissima, appollaiata sugli scalini che portano al cinema City, sbattuta dal primo vento freddo, la rinuncia seccata degli ultimi solo quando sono esauriti i posti in prima fila. E alla fine del film, battersi per uscire perché incalzati dalla folla del secondo spettacolo. Segno che se c'è davvero un bel film in giro, il passaparola funziona più di qualunque premio. Che peraltro il coreano "Parasite" ha portato a casa con merito ed entusiasmo dall'ultimo Festival di Cannes. Centotrentadue minuti che passano senza uno di noia o disattenzione, perché il regista Bong Joon ho, anche autore del soggetto e della colonna sonora, ha saputo inventarsi e filmare una storia di straordinaria truffa tra poveri e ricchi e di lotta di classe, ma tra poveri, nella Seoul di oggi, passando come se niente fosse da un genere all'altro senza preavviso, con parecchio amaro e humour nero e c'è persino un po' di tenerezza familiare.
 
Vietato raccontare non solo il finale ma anche certi passaggi chiave. Bong Joon ho è anche un regista che sa descrivere lo spazio come pochi, trovare le dimensioni spaziali non prevedibili, farci quasi sentire l'odore dei ricchi e quello dei poveri. In un "basso" coreano con calzini appesi e vista su ubriachi che pisciano sulle finestrelle, tira a campare una famiglia di disperati, uniti ma tutti disoccupati o con lavoretti tipo il piegamento dei cartoni della pizza, e guai a sbagliare un angolo. Quando uno di loro trova lavoro presso la ricca famiglia di un manager come insegnante di inglese (la sorella falsaria gli ha costruito un curriculum da esibire) si tira dietro con ingegnosi espedienti tutti gli altri, il padre come autista, la sorella come terapista d'arte per il figlioletto ricco e iperattivo, la madre come cuoca e governante. Fingono di non conoscersi.
 
Solo il piccolo iperattivo li annusa davvero e svela che hanno tutti lo stesso odore, da poveri, stesso shampoo doccia e soprattutto stesso tanfo da tugurio. Ma è solo un momento. Tanto nessuno gli dà retta. La vita è bella per loro adesso, in quella villa in collina disegnata da un architetto giapponese, tutt'intorno un giardino bellissimo e assolato. Ancora più bella quando i padroni se ne vanno per qualche giorno. Ma un'architettura ne può nascondere un'altra, non visibile eppure piena di sorprese, di misteri, di insidie, apportatrice di altre vite miserabili e tragicità. Non voglio dire altro. Godetevi questa commedia tragica fino in fondo e non fatevi intimidire dalle eventuali metafore, che pur ci sono, se volete. Un regista inventivo come Bong Joon ho non ne ha bisogno, gli basta filmare. E poi magari definire il suo film come una commedia senza veri pagliacci e una tragedia senza veri cattivi.
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