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Le verita'

Una famiglia sospesa tra realtÓ e finzione

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 18/10/2019

Una scena del film Una scena del film Per una volta il titolo italiano sembra più pertinente di quello originale, "La verità" è diventato - pirandellianamente - "Le verità". La verità al singolare è quella assiomatica e indiscutibile della diva che si è scritta l'autobiografia, quella è la sua vita dopotutto, e la "sua" verità. Ma "Le verità" funziona meglio perché sono quelle della famiglia che le sta intorno e che sa bene come sono andati i fatti, almeno dal loro punto di vista, che è poi soprattutto quello della figlia (una scialba Juliette Binoche), eterna rivale della madre. Per non sbagliare fa un lavoro diverso dalla madre, la sceneggiatrice e non l'attrice, e lo fa in America, un oceano di distanza dalla genitrice. Le copie del libro sono centomila? Neanche per sogno, dice lei. Sono cinquantamila ed è già troppo. E poi c'è quel rapporto, sotterrato e rimosso dalla diva, di rivalità con tale defunta Sara, a cui pare che la diva, in un tempo ormai remoto, avesse portato via il regista-amante e con quello la parte che l'aveva lanciata nella carriera.
 
Hirokazu Kore'eda, il regista giapponese in trasferta a Parigi e con attori diversi dalle sue predilette famigliole nipponiche, non abbandona però i suoi temi, la famiglia e le sue complessità prima di tutto, e li ambienta quasi in un'unità di luogo (all'origine infatti c'è un testo teatrale dello stesso Kore'eda) tra realtà e finzione. La realtà è quella di una bella casa borghese con giardino nella prima cerchia dei viali parigini, e poco importa se la vista sul retro è su una storica prigione. Il giardino permette al regista di filmare il passaggio delle stagioni, quasi alla giapponese, e una vecchia tartaruga che porta il nome del primo marito della diva, da lei liquidato come morto nel libro, e invece vivo anche se un po' stentato e bisognoso di soldi. L'altro luogo è il set dove la diva sta girando uno strano film in cui lei invecchia e sua madre invece ringiovanisce scena dopo scena perché ha vissuto in uno spazio senza tempo. Naturalmente le eventuali verità vengono a galla meglio proprio sul set della finzione. E poi ci sono le verità di tutti gli altri, una nipotina già pronta ad assorbire le lezioni di vita della nonna, il genero attore tv di serie B americane, un ex collega ora con ruolo di maggiordomo che si offende perché nel libro non è neanche nominato.
 
Intendiamoci, non è uno dei film più riusciti di Kore'eda e assomiglia di più a certe buone commedie agrodolci francesi che ai suoi lavori soliti. Ma la presenza di Catherine Deneuve in una delle sue interpretazioni più riuscite e autoironiche rende godibile il tutto. Il modo in cui liquida un intervistatore troppo deferente, in cui fa fuori certe colleghe ("E' ancora viva? Mi sembrava di essere andata al suo funerale"), in cui storce il naso alla parola attore abbinata al genero, alla simpatia per la nipotina che la capisce più di tutti. E poi il modo in cui adatta le battute che la figlia le scrive per riportare a servizio il collega maggiordomo. E poi come tronca uno dei rari momenti di commozione abbracciata alla figlia, dicendo che certe emozioni verrebbero così bene sul set, peccato in fondo consumarle nella vita. Insomma, "la" verità e "le" verità forse troveranno un modo per convivere, per non continuare a farsi - reciprocamente - troppo male.
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