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Joker

La violenza dell'antieroe diventa atto liberatorio

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 11/10/2019

Una scena del film Una scena del film Non si esce rasserenati da "Joker" di Todd Phillips, con quel finale tra fuochi urbani e caos di lotta classe, dove l'antieroe diventa modello e la violenza atto liberatorio. Ci si guarda intorno per vedere se in sala o dietro l'angolo spunti da qualche parte un joker con la faccia e il trucco da pagliaccio. Non si esce rasserenati soprattutto perché si pensa che quel povero joker è diventato così a causa dell'assenza di compassione intorno a lui, nel suo passato, nel suo presente, i pestaggi sanguinosi e gratuiti in metropolitana, le aggressioni in strada per portargli via i cartelli pubblicitari, la perdita del lavoro che gli piaceva tanto, far ridere i bambini in ospedale, visto che i grandi non si degnano. Lui invece ride, a sproposito, dove gli capita, in modo incontrollabile, non riesce neanche a dire perché e dunque esibisce un biglietto da visita che spiega quella risata, regalo della sua malattia mentale. Si esce invece appagati come spettatori e cinefili, e non parliamo solo di volute citazioni di Scorsese, da "Taxi Driver" e "Re per una notte", e persino quell'iconico gesto di Lillian Gish nel "Giglio infranto" che si solleva a forza i bordi delle labbra per disegnarle in un sorriso.
 
Si è appagati per un singolare film e per un'interpretazione di Joaquim Phoenix che va oltre qualunque premio eventuale. Di rado si vede un film totalmente affidato come queste a un interprete, che è capace di costruire il personaggio come gli pare e che fa intuire dettagli che probabilmente nella sceneggiatura neanche erano previsti. Il personaggio si fa carne ed ossa - parecchie, visto che è dimagrito apposta 20 chili - attraverso di lui. Joker è prigioniero della sua malattia e noi siamo prigionieri dei suoi occhi, o meglio del suo modo di guardare il mondo, di viverlo e di immaginarlo. E se quello che vedono è solo illusione, siamo pronti a seguirlo e a crederci anche noi. Di vero ci sono i pestaggi, i servizi sociali che chiudono e che lo lasciano solo con la sua malattia, senza farmaci, e la madre a carico, da qualche parte nel Bronx. Per il resto, non siamo sicuri quasi di niente, se quello che stiamo vedendo sia la realtà o quello che ci proietta la sua mente. Dimenticavo, c'è anche De Niro, ridotto a caratterista che viene fatto fuori. Non a caso da una nuova generazione di attori che lo ha certamente adorato come icona.
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