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La mia vita con John F. Donovan

Il vero stile Ŕ essere se stessi

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 10/07/2019

Una scena del film Una scena del film Che guaio l'ingegno. Se poi è precoce, diventa imperdonabile. Lo sa bene Xavier Dolan, regista e attore canadese appena trentenne, adorato finora soprattutto a Cannes, autore già di 8 film. La sua incursione nel divismo hollywoodiano e in inglese con la "La mia vita con John F. Donovan", a scapito dell'artigianato geniale e autoctono dei precedenti film parlati in quebecois stretto e sottotitolati persino in Francia, è così dispiaciuta a Toronto che il film ha trovato distribuzione solo in Europa nonostante la presenza di attori come Susan Sarandon, Natalie Portman, Kathy Bates e Jessica Chastain sacrificata in nome di una lunghezza eccessiva. Già, questo semmai è il difetto di partenza, sacrificare parti di racconto, che in Dolan può essere anche ripetitivo e ossessivo ma che ha sempre grande forza drammatica, in nome di una presunta lunghezza standard di un film.
 
Lo stile è essere se stessi. Lo si ripete più volte in questo film che ho cercato di vedere con animo sgombro da pregiudizi omologanti ma non immemore dei tanti film dell'autore visti prima. E non mi è sembrato affatto così disdicevole rispetto alla sua filmografia. La storia si snoda su vari piani temporali anche se le vite parallele sono due, quella di Rupert, ragazzo di talento e speranze, che a 11 anni comincia a scrivere a John Donovan, star della tv americana, e il divo gli risponde per cinque anni, parlandogli di sè come se fosse sul lettino di uno psicanalista. Rupert (Jacob Tremblay, bravissimo quanto se non più dei divi di Hollywood) da grande vuole fare l'attore, e lo farà, e a dieci anni dal suicidio della star pubblicherà un libro.
 
Parlerà del libro e di quel suo scambio epistolare con una giornalista francamente odiosa, che si sente sminuita a doversi occupare di simili sciocchezze delle vite degli altri invece che di reportage di guerra, anche Cechov probabilmente le sarebbe sembrato stupido a raccontare di quei suoi personaggi così quotidiani. Le vite parallele di Rupert e Donovan scorrono tra i contrasti con le rispettive madri, Rupert bullizzato dai compagni di scuola che gli rubano le preziose lettere, Donovan che non ha il coraggio di accettare e imporre la sua omosessualità nello star system. Gli stilemi di Dolan ci sono tutti, infanzie problematiche e difficili, madri che poi sono meno peggio di quel che si crede, solitudine, del ragazzo o del divo che sia. Già, perché lo stile è essere se stessi, sempre. E Dolan lo resta, anche se un po' omologato e soprattutto scorciato brutalmente in nome di chissà quale giusta misura, invece di lasciarsi guidare dall'eccesso e dalla piena dei sentimenti.
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