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Il traditore

Un affresco potente e avvincente

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 31/05/2019

Una scena del film Una scena del film Davvero non ho capito l'insistenza di giornali e Rai soprattutto – che è uno dei diretti interessati – a mandare e sostenere in concorso a Cannes "Il traditore" di Marco Bellocchio, film avvincente e potente che poteva avere la stessa risonanza da una partecipazione fuori concorso senza la delusione dei premi mancati per un regista che oltretutto non ne ha affatto bisogno. Comunque sia, il film è destinato al successo commerciale e a restare come chiave di volta della nostra storia di fine millennio e, secondo certi americani, essere un ideale "Padrino parte 4". E seguito reale, nella filmografia di Bellocchio, di "Buongiorno notte", il film sul sequestro Moro. Solo che qui, dal punto di vista del puro spettacolo, c'è più appeal, nel senso che la triade mafia-Sicilia-tragedia greca nelle mani di un regista abile e spesso ispirato come Bellocchio, funziona con una sua grandiosità. La storia di Masino Buscetta, il pentito di mafia per eccellenza, che con le sue narrazioni a Giovanni Falcone consentì di istruire il maxi processo che portò alla condanna di quasi 400 affiliati di Cosa Nostra, è già di per sè un romanzo. Non si fida della pace con i corleonesi di Riina durante una colorata e folklorica festa di Santa Rosalia nell'80 e se ne scappa in Brasile. Una nuova moglie, altri figli. Quelli rimasti e il fratello vengono ammazzati da Pippo Calò a mani nude, come nei più truci drammi elisabettiani. Solo il bambino sciolto nell'acido da Brusca ci viene risparmiato. Poi l'incontro con Falcone e il ritrovamento dell'amico, anche lui pentito, Totuccio Contorno. Blindati in una stanzetta con due brande francescane, prima del maxi processo, ricordano i bei tempi andati del carcere a Palermo, a base di caviale, champagne e mignotte: "Tutti fuori, Buscetta deve fottere".
 
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