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Dolor Y gloria

Almodovar e il cuore del design

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 24/05/2019

Dolor Y gloria Dolor Y gloria Se vi siete persi la settimana del design a Milano, niente paura. C’è un corso di recupero in “Dolor y gloria”, l’ultimo Almodovar, come ormai firma lui, un marchio che si può permettere di omettere il nome Pedro. Ovviamente si parla di design storico italiano. Nella casa del regista interpretato da Banderas – trasparente alter ego dell’autore - senza distrarmi dal plot ho contato almeno due mobili Fornasetti, un comò e un trumeau architettura, parecchi suoi posaceneri e vasi con volto femminile, due lampade Pipistrello di Gae Aulenti, almeno una sedia super leggera di Gio Ponti, portaoggetti in plastica della Kartell anni 70, un fazzoletto di vetro di Venini e tutta una collezione completa di Sottsass con i colori sgargianti che il regista ha fatto suoi e non solo in questo film. “Dolor y gloria” non esibisce solo questo ma attraversa 50 e più anni della storia del regista Salvador/Almodovar in una miscela di estroversione e intimità impastata di malinconia. Mostra le cicatrici fin dall’inizio, con Banderas che seduto sott’acqua in piscina riemerge lasciando vedere quelle del petto squarciato per un intervento post infarto (vero). E attraverso di lui Almodovar mostra le proprie cicatrici del passato e del presente. L’infanzia e le prime scoperte del sesso e dell’omosessualità, da bambino sviene ed è febbricitante alla vista del muratore nudo che si lava ed esibisce il suo corpo. Gli amori di un tempo si ripresentano, come l’ex amato Federico ora in versione etero con famiglia e figli, abbracci e baci per un’ultima volta senza rancore. Le paure, su tutta quella di non avere più forza, nè fisica nè creativa, per scrivere e fare ancora cinema, visto come la più potente arma di salvezza da tutto. Un po’ come la sfilata del design di cui parlavo, fatta senza ostentazione ma con affetto e adesione, “Dolor y Gloria” va avanti e indietro nel tempo alla ricerca di quel che si è vissuto o perduto, ondivago, intermittente, tentando di aggrapparsi, riconciliandosi, a quello che si potrà ancora fare. Antonio Banderas non è mai stato così bravo, lo sguardo tenero, perduto, malinconico, è lui la vera forza e l’anima del film. Non sono da meno la madre del regista da bambino Penelope Cruz e la madre del regista da grande, Julieta Serrano, grande attrice di teatro e cinema da sempre, quando ancora il cinema spagnolo e Almodovar nessuno li conosceva.    
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