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Cafarnao

L'inferno di un piccolo profugo siriano

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 19/04/2019

Una scena del film Una scena del film La buona notizia è che - nella vita - il protagonista Zain, vero profugo siriano, è riuscito a trasferirsi con famiglia in Norvegia e a mettersi a studiare per imparare a leggere e a scrivere. La cattiva notizia è tutto il film. Per carità, premiato a Cannes, girato bene da Nadine Labaki, senza risparmio di droni e macchine a mano perenni, per mostrare dall’alto l’inferno del ghetto di baracche di Beirut e dal basso – spesso ad altezza di bambino – i particolari più realistici e raccapriccianti, dai resti di cibo al fango. Le cattive notizie "sono" tutto il film, una specie di lungo flashback che parte dalla comparizione in tribunale del dodicenne protagonista, accusato di aver accoltellato l’uomo che ha impalmato a forza la sorella undicenne, messa incinta e lasciata a dissanguarsi davanti all’ospedale. Ma è Zain che accusa: denuncia i genitori per averlo messo al mondo in quell’inferno senza avere i mezzi per accudire lui e i numerosi fratelli, trattati da merce di scambio come la sorella, picchiati come lui a cui viene insegnato al massimo come impregnare gli indumenti di Tramadolo, strizzarli e rivenderne il succo per sopravvivere col guadagno. Il film è praticamente diviso in due parti. Nella prima Zain è raccontato nella mala sopravvivenza quotidiana con genitori e fratelli e lo sguardo ogni tanto a quel furgoncino carico di zaini che trasporta i coetanei che, beati loro, vanno a scuola invece di essere sfruttati.
 
Nella seconda, Zain se ne va di casa dopo che la sorella è stata venduta per due polli e la possibilità per la famiglia di rimanere ancora in quell’alloggio che definire fatiscente è un aggettivo che neanche il più cinico immobiliarista potrebbe azzardare. Zain vive adesso in una baracca di latta ondulata con una ragazza etiope e il di lei bambino tenuto nascosto perché, senza documenti, teme glielo portino via. Il dodicenne fa da babysitter al piccolo, cambia il pannolino, lo nutre, lo fa ballare, riesce persino a fargli vedere dei cartoni animati grazie a uno specchio orientato su uno schermo altrui. Quando resterà solo con lui – perché la madre viene arrestata – per portarselo dietro inventerà una carrozzella primordiale e quasi dadaista, rubando uno skateboard e appoggiandoci sopra un mastello per accogliere il piccolo, pentole laterali legate tanto per non farsi notare e magari riuscire a venderle per procurarsi cibo. E’ la parte più bella del film, non meno straziante della prima, ma che racconta l’animo etico del protagonista, pur in mezzo a quell’infermo di famiglie da denuncia, di compravendita di bambini, di sans papier ricattati. E su tutti domina il volto del dodicenne Zain (Zain Al Rafeea), vero cardine del film con quello sguardo perduto per sempre ma che vuole comunque fuggire altrove, lontano da Cafarnao.
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