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La madre americana

Laura Laurenzi, Solferino 2019

Ex libris - Elisabetta Bolondi 12/04/2019

La copertina del libro La copertina del libro Ho letto il libro di Laura Laurenzi "La madre americana" con grande curiosità. Nota giornalista di costume, capace però di osservare quanta densità di eventi storico-politici e culturali, quanti personaggi d'eccezione, quanto sia stata ricca di opportunità la società italiana uscita da una guerra disastrosa e desiderosa di risollevarsi, pur se con l'aiuto determinante dei nostri alleati americani: proprio intorno a questo nodo si svolge il racconto di Laura, che svela, a cinquanta anni dalla morte di sua madre Elma, una vicenda privata e pubblica, intima e piena di risvolti della storia collettiva non sempre noti, anzi, in questo caso mai raccontati.
 
Ecco allora giungere in Italia da New York Elma Baccanelli, figlia di una coppia di romagnoli vicini di casa di Mussolini, Ezio e Cia, che erano emigrati negli Stati Uniti nel 1914. La venticinquenne ufficiale in divisa conosce a Roma il giornalista elbano Carlo Laurenzi e i due si sposano: nasce Martino a New York nel '50 e due anni dopo Laura, a Roma. La loro giovinezza, nel quartiere Parioli di Roma, è del tutto speciale: crescono con una mamma diversa dalle altre, ignara delle abitudini borghesi delle sue coetanee, si occupava di un progetto di adozione a distanza di piccoli italiani, poveri, ammalati, soprattutto nel sud distrutto da guerra e fame; un progetto ambizioso ed innovativo, a cui aderirono personaggi famosi, come Gary Cooper e Raymond Burr, il celebre Perry Mason della serie televisiva, che permise a 11.385 bambini italiani una vita più dignitosa.
 
La mamma, pragmatica, attiva, sempre in viaggio per accorrere dove serviva aiuto, non fece mancare mai ai suoi figli affetto e presenza: le visite allo zoo, dove l'ippopotamo Turbamento divorava quintali di frutta, la tv dei ragazzi, Lassie e Rin Tin Tin, Padre Mariano e Angelo Lombardi, l'amico degli animali, le vacanze a Focene deserta, con la piccola Laura aggrappata ad un salvagente di gomma, i filmini di pochi attimi a testimoniare il teatrino di Pulcinella al Pincio, meta di tutti i piccoli romani di quel tempo che nel ricordo appare felice, sono al centro della narrazione che rievocano anni indimenticabili.
 
Ma a casa Laurenzi c'erano anche il peanut butter, i french toast, la Campbell Soup, che la madre americana proponeva ai suoi figli, mentre il padre Carlo, austero e poco presente, arrivava a casa con due copie dei Corriere dei Piccoli, faceva citazioni in latino, creava rime, frequentava i più bei nomi della letteratura italiana, dell'intellighenzia che in quegli stessi anni portava il nostro paese fuori dalla cultura provinciale del fascismo: spesso erano ospiti nell'appartamento romano dei Laurenzi Cassola, Eugenio/Eusebio Montale, Bassani, Giovanni Macchia, Cancogni, Carlo Levi. Quest'ultimo, particolarmente caro a Laura, per via del ritratto che l'artista dipinse di sua madre: un olio che ritrae Elma che appare più vecchia che nella realtà, un quadro profetico di un'età matura da lei mai vissuta.
 
Tutti amici cari del padrone di casa, uomo pieno di fascino, anche se dal carattere spigoloso, detto dall'amico Montanelli "L'amarissimo che fa benissimo". Soprannomi, rime, citazioni latine di classici, espressioni idiomatiche in toscano, in romagnolo, Martino e Laura hanno respirato un'atmosfera irripetibile, hanno incontrato personaggi straordinari grazie alle opportunità derivate dal lavoro dei genitori. Passata questa infanzia dorata, circondata da nonne affettuose, Cia/Gremma e la toscana Margherita, Laura entra al liceo Mameli, nelle contraddizioni della politica della società italiana che, superata la fase cosmopolita della Dolce Vita, si avvia agli anni della contestazione del '68, e dolorosamente alla fase del terrorismo.
 
Quegli anni se da un lato danno libertà e spalancano orizzonti a chi allora aveva sedici anni, come Laura, annullando l'autoritarismo a scuola, svecchiando costumi e abitudini, aprendo la strada ad un rapporto diverso con il sesso, l'autorità, la politica, dall'altro segnarono anche una perdita di valore della cultura, di cui si era accorto lo scrittore Carlo Laurenzi, chiedendo ai figli per paradosso "Chiamatemi signor Padre, come faceva Leopardi". In un'atmosfera segnata da "un clima sordo, provinciale, claustrofobico in cui eravamo immersi... irruppe la protesta studentesca", racconta Laura, ed echeggiano nel suo racconto nomi ancora tanto familiari, i Rokes e gli Inti Illimani, Joan Baez e Che Guevara, Luigi Tenco e Patty Pravo, Potere Operaio e le Brigate Rosse, Gli Uccelli e Adriana Faranda.
 
Ma la notte dell'11 luglio 1969, quello mitico dei  primi passi dell'uomo sulla Luna, segna anche lo spartiacque nella vita dell'autrice. La improvvisa grave malattia e la morte inattesa di sua madre avviene proprio in quei giorni. Un dolore indicibile, nel vero senso del termine. "Poi, fra noi tre, come se ci fossimo messi d'accordo, scattò il patto del silenzio: per troppi anni l’abbiamo sepolta in fondo al cuore sotto al peso insopportabile del non detto. Per anni non siamo riusciti neppure a nominarla, per anni non abbiamo parlato di lei...". In una intervista Laura Laurenzi ha dichiarato che questo libro si è scritto da solo, come un fiume le cui acque per troppo tempo sono rimaste contenute dagli argini e alla fine hanno dilagato, dando voce a sentimenti profondi troppo a lungo nascosti, in parte rimossi.
 
Ora la scrittura ha preso il sopravvento e la penna di Laura, così acuta, ironica, tagliente quando ha parlato di altro da sé sulle pagine dei giornali e nei suoi tanti libri di costume, quella stessa scrittura ha ripercorso con leggerezza, con affettuosa partecipazione, con emotività asciutta e mai retorica, la propria storia sentimentale, la formazione di una donna che ha avuto molto e di cui molto è stata privata, di una giornalista che, dopo il lutto così precoce, ha continuato la sua vita di professionista dell’informazione. Il registro linguistico de "La madre americana" alterna i toni leggeri dell'aneddotica di una ragazza vissuta in una Roma che somigliava ad un set cinematografico, dove si giravano Ben Hur e Cleopatra, dove Moravia e Pasolini, Flaiano e Maccari discutevano di cultura, dove arrivarono i Beatles che all'Adriano fecero un flop, ricevendo da Pasolini un inatteso commento, "sono quattro giovanotti completamente privi di fascino, che suonano una musica bellina. Niente di più".
 
L'altro registro, quello alto, racconta con particolari spesso inediti una storia letteraria, poetica, culturale vissuta da testimone: penso alla genesi di "Cristo si è fermato ad Eboli" che Carlo Levi non si decideva a scrivere, preferendo dipingere. E ancora alla storia dell'antenato di Carlo, Antonio Bracci, trisavolo di Carlo Laurenzi, che bambino accolse all'Elba l'arrivo di Napoleone Bonaparte, esule dopo la battaglia di Lipsia nella piccola isola toscana, accolto dai bambini che sventolavano un piccolo vessillo al grido di Vive L'Empereur. Nel libro Laura Laurenzi ha saputo mettere insieme storia e memoria, pubblico e privato, amore e morte, storie minori e personaggi noti, in una miscela sapiente di gratitudine alle amiche care, alle nonne amate, ai genitori primi protagonisti di questo lungo, caldo racconto, a Martino, il fratello americano a cui il libro è dedicato. Nel libro c'è molto di più, tanti altri episodi raccontati, tanti ricordi suscitati dalla sensibilità dell'autrice, ma faccio mie le parole che la stessa autrice ripete: per tutto "non s'ebbe tempo".
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