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Il caso Kaufmann

Giovanni Grasso , Rizzoli 2019

Ex libris - Elisabetta Bolondi 29/03/2019

Il caso Kaufmann Il caso Kaufmann Nel romanzo, tratto da una storia vera, che si svolge nella Norimberga subito dopo l’avvento al potere di Adolf Hitler, nel 1933, ricorrono parole come contaminazione, inquinamento razziale, lordura. Lehmann Kaufmann, Leo, è un rispettabile capo della comunità ebraica: facoltoso commerciante è  rimasto vedovo da qualche anno. Ora, tranquillo sessantenne, è circondato da fedelissimi dipendenti, conduce una vita appartata, è lieto  di accogliere l’invito di un caro amico ad ospitare  in città sua figlia, la ventenne Irene Seidel, che frequenterà una scuola di fotografia e cerca un alloggio. Con naturalezza Leo le offre un piccolo appartamento nel suo stesso edificio, e col  trascorrere dei mesi la gratitudine di Irene nei confronti di Leo si trasforma in un rapporto di amicizia,  di piacere nel trascorrere insieme ore liete, mangiando al ristorante, passeggiando nei parchi; Leo regalava a Irene sigarette, talvolta fiori, e la domenica i due avevano preso l’abitudine di vedersi per pranzo, discutendo di ebraismo, di politica, ragionando sul nuovo sistema politico che in Germania stava dilagando nella opinione pubblica: razzismo ed antisemitismo montanti. A Norimberga aveva sede un rotocalco razzista,  “Der Sturmer”, infarcito di odio contro gli ebrei ritratti come individui abietti, sessualmente predatori di giovani tedesche bionde, pieni di racconti morbosi a sfondo erotico da cui soprattutto i giovani lettori erano attratti. Un vicino di casa, Otto Muller, la domestica di Leo, la portinaia, una giovane vicina di casa, cominciano a guardare all’amicizia di Leo e Irene con sempre più grande ostilità. In quei mesi la situazione politica in Germania si fa sempre più allarmante: il nazismo è ormai in guerra aperta con gli ebrei. Il 27 ottobre del 1938 Hitler aveva espulso tutti gli ebrei stranieri dal territorio del Reich, la Polonia aveva rifiutato di accoglierli, un adolescente che viveva a Parigi per vendicare la sua famiglia compì un attentato ai danni di un funzionario dell’ambasciata tedesca, e l’episodio fu il pretesto per scatenare la tragica caccia all’ebreo che fu detta  Kristallnacht, che il 9 novembre vide distrutti  e incendiati negozi, sinagoghe, in tutte le città tedesche.  La storia di Leo e Irene comincia la sua drammatica discesa, che porterà dapprima alla confisca di tutte le proprietà del commerciante, poi al suo arresto, al processo, al drammatico finale di questa storia vera, che l’autore, Giovanni Grasso, aveva letto su un caposaldo della storiografia contemporanea, La distruzione degli ebrei  d’Europa, di Raul Hilberg. Da lì l’idea di riproporre  quella storia in forma di romanzo, puntando l’attenzione soprattutto sul processo a cui era stato sottoposto il vero protagonista della tragica vicenda.
 
Accusato di “inquinamento razziale” per aver avuto rapporti sessuali con Irene, senza vere prove, l’uomo era stato dapprima prosciolto dal  giudice delle indagini preliminari; successivamente però si decise che la violazione razziale da parte di un ebreo nei confronti di una donna ariana meritava una condanna esemplare; per questo fu incaricato del processo il giudice Oskar Rothenberger, nominato presidente  della Corte speciale di Norimberga, il tribunale del terrore nazista. Si procedette con inaudita violenza contro Kaufmann, la cui colpevolezza doveva essere inoppugnabile mentre la  condanna divenire un monito per l’intera nazione. Il caso Kaufmann fu dunque un assassinio ammantato di legalità, una legalità costruita da un giudice fanatico, capace di plasmare la legge a sua discrezione. A quei tempi, i tempi terribili della dittatura hitleriana, difficilmente si potevano prendere le parti di un ebreo, e il giudice “onesto” Hans Gross solo nel 1947, durante il processo di Norimberga scriverà al giudice americano che presiedeva il Tribunale Militare per i criminali di guerra, ricordando che nell’impossibilità di affermare l’innocenza di Kaufmann, di cui era certo, aveva lasciato in anticipo la magistratura obbedendo alla propria coscienza. Il libro di Grasso si conclude con una interessante postfazione che racconta la genesi del libro, gli spunti di riflessione che ci portano al presente, anche se il romanzo fu concepito e scritto oltre venti anni fa. La sua odierna pubblicazione ed il suo valore come documento di una stagione terribile con cui pensavamo di aver chiuso definitivamente i conti, ci sollecita e riflettere ancora una volta sull’importanza di storia e memoria: aver studiato i documenti di un processo a cui furono  sottoposti gli innocenti Irene e Leo, colpevoli di un’amicizia intensa e affettuosa, considerata “a quei tempi” un delitto “razziale”, ci deve far guardare con attenzione i tanti episodi di odio razziale che si stanno moltiplicando nella Europa del 2019, a oltre 80 anni da quegli eventi sciagurati. Le parole di Hitler, che Grasso ha posto come epigrafe al suo coraggioso romanzo, non potrebbero essere più spaventose: “La contaminazione del nostro sangue, ciecamente ignorata da migliaia di persone del nostro popolo, è oggi premeditatamente perseguita dagli Ebrei. Questi parassiti dai capelli neri violano di proposito le nostre ingenue, giovani, bionde ragazze, compiendo un atto dalle irreparabili conseguenze”.
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