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Non ci salveranno i melograni

Maristella Lippolis, Ianieri edizioni 2019

Ex libris - Elisabetta Bolondi 22/03/2019

Non ci salveranno i melograni Non ci salveranno i melograni Pubblicato per la prima volta nel 2004, a dieci anni dalla guerra balcanica scoppiata nel 1991, questo  romanzo di fantasia di Maristella Lippolis, viene ora ripubblicato per la stringente attualità delle tematiche affrontate. La scrittrice, convinta che “anche dai romanzi possono arrivare parole utili a leggere il presente”, racconta la storia di Laura, avvocato romano con un passato affettivo irrisolto, che in un giorno di udienza per una separazione, assiste al suicidio della sua cliente che si getta nel vuoto proprio davanti ai suoi occhi; la donna decide di fuggire dalla città per trascorrere un periodo di vacanza solitaria in una piccola isola della costa dalmata, davanti a Dubrovnik. Vuole ritrovarsi, indagare la propria anima, trascrivere su un quaderno le inquietudini che la sommergono; dopo aver  esplorato l’isola, scopre l’esistenza di un piccolo villaggio semideserto, Soline, dove una donna anziana, Vera, il cui marito è scomparso  senza dare più notizie, continua le sua esistenza fatta di una ruvida quotidianità: prepara qualche piatto per i turisti, cucina, risparmia, sopravvive. Laura prende una decisione coraggiosa: lascia l’albergo e si stabilisce da Vera, e comincia a condividerne la vita, fatta di scarse parole, di odorose frittate, di fichi, di pane fatto in casa. Il figlio della donna, Goran, abita a Dubrovnik e con la sua barchetta giunge talvolta a visitare la madre, incuriosito dalla presenza di Laura e diffidente nei suoi confronti. Presto però le minacce di guerra si fanno sempre più vicine, e tra Goran e Laura nasce una vicinanza, un’attrazione fisica, un desiderio reciproco di ascolto, di accoglienza, di protezione. Quando Laura decide di trascorrere altri mesi nell’isola, e va nella bianca  Dubrovnik per comprare abiti per l’inverno che incombe, trascorre con Goran momenti di verità: si aprono l’uno all’altra, si raccontano inquietudini e paure, lui si chiede quale sia il suo posto nella guerra  fratricida ormai prossima, lei riflette sui veri motivi profondi che la trattengono in quella terra che non è la sua, di cui non conosce neppure la lingua. Vedere i due protagonisti fare l’amore con passione e disperazione, al buio, privi di speranze, consapevoli che la loro storia non può avere futuro, già divisi malgrado i corpi intrecciati, in balia della  grande Storia che sta per travolgerli, nell’indifferenza dell’Europa intera, è l’immagine  più struggente di questo romanzo. I melograni che fioriscono nel piccolo terrazzo di Goran, in alto sulla città bianca dal passato glorioso, non riusciranno a salvare gli uomini dalla follia che hanno scatenato, una guerra etnica inaccettabile, fra persone che dopo la fine della Seconda guerra mondiale avevano ricostruito un’unità politica vivendo pacificamente gli uni vicini agli altri, a prescindere dall’etnia e dalla religione: serbi, croati, bosniaci, musulmani,  spesso parenti o amici. Laura, nelle sue lunghe giornate solitarie, tra mare e cielo, in mezzo alla rigogliosa vegetazione isolana, continua le sue riflessioni che affida alle pagine del suo quaderno. In  effetti la scrittura è molto importante nella costruzione di questo libro: vi sono molte pagine nelle quali l’autrice affida i pensieri dei suoi personaggi alle lettere: Laura scrive dall’isola alla sua amica per spiegare le ragioni  della sua fuga; Goran scrive a Laura riflettendo sulla loro breve storia,  sui motivi oggettivi per i quali, pur essendosi amati, non possono permettersi di costruire un futuro insieme; Laura continua a scrivere tutto ciò che sta vivendo, visto che non ha con sé altro che le immagini di quanto ha vissuto nei tre mesi trascorsi sull’isola. E dietro di loro la follia della guerra balcanica, che ha concluso drammaticamente il secondo millennio devastando città, persone, amori, amicizie, in un luogo così vicino a noi, le terre sull’altra sponda dell’Adriatico che per secoli hanno fatto parte della nostra storia identitaria: erano Veneziane, quelle città. Laura è alla ricerca di sé, della madre perduta, del suo posto nel mondo, di un amore difficile. Nella lettera di congedo di Goran, ci sono le parole più attuali di questo libro pieno di tensione emotiva, di grande umanità, che risuonano come un monito per noi tutti in un’Europa al centro di una nuova e difficile crisi di valori: “Molte città hanno avuto i loro barbari alle porte. E ogni volta era in gioco la sopravvivenza e la dignità, la capacità di resistenza. Ma oggi qui colpiscono città famose per essere i luoghi della mescolanza delle razze e delle culture, dell’incontro e dello scambio, della convivenza, dove è normale vivere senza chiedersi a quale etnia appartiene il tuo vicino. Luoghi che sono così da secoli e che oggi rappresentano un pericolo per chi crede alla nazione pura.
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