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Domani Ŕ un altro giorno

Filma e incolla

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 15/03/2019

Domani Ŕ un altro giorno Domani Ŕ un altro giorno Siamo a Roma, due uomini di mezz’età entrano in un elegante edificio con salottini, si siedono e chiedono informazioni su gli ultimi modelli di bare, e l’impresario – che sembra un direttore di una filiale di banca o un becchino di Equitalia – illustra gli ultimi modelli. Costosi. E non c’è modo di trovarne di seconda mano. Il protagonista Giuliano (Marco Giallini) ha già deciso, non il tipo di bara, ma tutto il resto. O quasi. E’ un attore di teatro che ogni sera si mette la parrucca e il cerone e recita nelle “Relazioni pericolose”, finché il fisico regge, sembra dire, e la memoria anche. Già, perché è malato di cancro, metastasi arrivate al fegato, non vuole più fare altra chemio, semmai pastiglie che agevolino il trapasso quando la cosa sarà insostenibile. Intanto è venuto a trovarlo per qualche giorno dal Canada, dove lavora, un amico fedele, Tommaso (Valerio Mastandrea). Insieme ripercorrono ricordi, e mentre Giuliano pianifica senza fretta e senza drammi il suo non lungo futuro, Tommaso lo convince a fare un salto a Barcellona dove studia il figlio di Giuliano per festeggiarne insieme e a sorpresa il compleanno. Andata e ritorno in un giorno, incontro col figlio che ha capito e forse sa già tutto, un lungo, forte e silenzioso abbraccio davanti al mare prima di ripartire. Altri hanno già deciso per Giuliano, come il direttore del teatro dove lavora, gli ha già trovato un sostituto e con l’aria di dirgli che deve avere più tempo per se stesso, in realtà lo licenzia. Giuliano incontra per caso anche la ex moglie, affettuosa, e un ex amico.
 
L’attore era andato a letto con la di lui moglie, gli sembra giusto scusarsi anche se in ritardo ma l’altro non deve aver sofferto più di tanto perché già in compagnia di una ragazza giovane, radiosa e incinta. Tutto a posto allora per gli addii? Neanche un po’. Perché il vero cruccio di Giuliano è quel cagnone Pato da cui non si separa mai, forse solo per recitare la sera ma poi dormono insieme, lo ama e lo accudisce come un figlio. Pato probabilmente ha già capito più dei medici – si sa che i cani “sentono” i tumori prima di loro – e si lascia portare un po’ indolente ai giardinetti e rassegnato in visita ai potenziali nuovi padroni. Ci sarebbe una coppia con un bel giardino. Vorrebbero Pato per il loro figlioletto adottato, una specie di Pet Therapy reciproca tra umani e animali adottivi. Pato viene depositato per due giorni per tentare un ambientamento, ma torna a casa con l’alito pesante. Chi ama i cani può già indovinare a chi verrà dato in affido Pato, è facile, solo a chi dimostra vero affetto. Il bello di questo film è che non vuole dimostrare niente, anche se ovviamente intristisce un po’. Scorre pianamente a scoprire tra le pieghe di una vecchia amicizia, solida e antica nonostante la lontananza e che non ha bisogno di troppe parole. Marco Giallini e Valerio Mastandrea sono molto bravi nella loro verità, credibilità e complicità, e da soli – insieme al malinconico Pato – “sono” loro tutto il film.
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