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Un valzer tra gli scaffali

Film elegiaco e molto originale

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 23/02/2019

Un valzer tra gli scaffali Un valzer tra gli scaffali Il valzer c’è davvero, “Sul bel Danubio blu” di Strauss, e rende più lieve la visione prospettica e raggelante di tutti quegli alti scaffali di un ipermercato genere Metro. Siamo, così pare dai titoli di coda, non lontano da Lipsia, in una landa desolata tra snodi autostradali che d’ inverno fanno gelare anche i cuori. Non tutti. Perché tra gli enormi scaffali si aggira, lavora e solidarizza una piccola umanità che si esprime con poche parole e gesti quotidiani ripetitivi. Molto aiutano le pause caffè in un localetto apposito ornato di tappezzeria a palme e isole del sud. E poi il momento della pausa cassonetto, quando i dipendenti devono buttare le derrate alimentari scadute, ma secondo loro ancora buone. Vietato recuperarle, ma c’è chi apre qualche confezione e consuma sul posto un wurstel o un dolcetto, furtivamente.  Curiosità per il nuovo arrivato, Christian, quasi muto e attonito. La sua preoccupazione principale è di nascondere a tutti quei tatuaggi invasivi che parlano per lui del suo passato di piccolo delinquente. L’altra preoccupazione è di imparare a manovrare il muletto, il carrello elevatore, altro vero protagonista insieme ai lavoratori. Ci metterà un po’ ma ce la farà grazie a Bruno, più anziano ed esperto che lo protegge e lo istruisce.
 
E poi, per fortuna, c’è Marion, giovane addetta al reparto dolciumi. Christian se ne innamora con una dedizione sottotraccia, piccoli gesti, un dolcetto recuperato e addobbato di candelina per il compleanno della ragazza. Quando lei si assenta per un po’, mazzolino di fiori depositato nella casa di lei di nascosto. Aprire la porta di casa è facile, lui faceva il ladro d’appartamenti. Così, tra un valzer d’inizio e  Bach usato per consacrare l’avvio del turno di notte,  scorre la vita tra gli scaffali. Bruno rimpiange la Germania preunificazione, quando faceva il camionista, e ancora adesso guarda passare nostalgico i tir con i loro fari accesi. Finge di avere una famiglia, non è così. Non ce la farà, si impiccherà per eccesso di solitudine. Ce la faranno, forse, Marion e Christian col loro tenero idillio, nonostante tutto. E lei gli farà scoprire che quando lui riuscirà a far scendere quel pericoloso muletto molto molto lentamente, le corde sfregate riusciranno a emettere un suono speciale, il rumore del mare. Film elegiaco quello di Thomas Stuber, molto originale, capace di tirar fuori un po’ di umanità e di tenerezza persino da un reparto surgelati. Christian ha la faccia intensa e il labbro leporino di Franz Rogowski che aveva già illuminato con la sua icasticità un film pieno di pretese come “La moglie dello scrittore”.
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