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Green Book

Un cocktail ben riuscito

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 08/02/2019

Green Book Green Book Non tutti i cocktails sono uguali anche se si assomigliano. Prendete il veneziano Bellini, se lo bevete da Harry’s Bar o da Rosa Salva è una cosa, altrove è tutt’altro. Dipende dalla freschezza degli ingredienti, dal barman, Per certi film non è poi così diverso. “The Green Book” di Peter Farrelly (col fratello Bobby ha confezionato “Tutti pazzi per Mary” e “Scemo più scemo”) assomiglia a molte altre commedie agrodolci, ma non è la stessa cosa. Somiglia a “Quasi amici” (il tetraplegico col badante di colore) e “A spasso con Daisy” (l’anziana signora ricca bianca con l’autista di colore) ma con inversione di ruoli. Qui il ricco, raffinato e bravissimo pianista da portare a spasso è di colore, abita in un appartamento sopra Carnegie Hall e viene scortato in tournée negli States più razzisti da un autista bianco che parla un italo americano di parolacce, frequenta da vicino e ha la pancia prominente dei “Soprano’s” perché fa le gare a chi mangia più hot dog e vince. Siamo nel 1962, in certi Stati il pianista raffinato deve adattarsi a dormire in motel infimi solo per negri, viene escluso dalle cene in alberghi stellati perché non può sedersi al tavolo con quegli stessi commensali per cui suonerà le sue colte variazioni sui classici. C’è una scena muta e bella: la macchinona si ferma perché il motore è surriscaldato, in un campo lì accanto lavorano braccianti neri che credono di sognare vedendola ripartire con autista bianco al volante. Obama presidente è ancora un miraggio, appunto.
 
Gli incidenti di percorso nell’America razzista del sud si moltiplicano, l’autista dà un pugno a un poliziotto, finiscono tutti e due in galera perché per i neri c’è il coprifuoco serale. Per fortuna Bob Kennedy con una telefonata sistema tutto. Già, perché Don Shirley, il pianista, suona spesso alla Casa Bianca, è ricco ma solo, perché troppo diverso anche dalla sua gente, vive in una specie di extra territorialità che lo isola. Vorrebbe almeno fare da Pigmalione e insegnare le buone maniere e la buona dizione al bianco ruspante e protettivo. Finirà per dettargli le lettere per la moglie lontana, con grande successo. Il bianco in cambio gli insegna a mangiare il pollo fritto con le mani, a scoprire Little Richard e Aretha Franklin, a mescolarsi almeno un po' con la sua gente. E non chiederà nulla quando lo va ripescare pieno di lividi in una sauna per maschi bianchi. A rendere “Green Book”(il nome viene da una giuda turistica dell’epoca che indicava i locali sicuri per neri) un film delizioso nonostante ripercorra sentieri già battuti, è  certo un mix di ingredienti dosati bene, come nei cocktail riusciti: usi e costumi anni Sessanta nel profondo Sud, due vite così diverse che riescono a interagire e ad essere curiose una dell’altra al di sopra dei ruoli. E poi due attori bravissimi. Viggo Mortensen che esibisce modi e panza da Soprano’s ma con lo sguardo gentile e protettivo, Maharshala Ali che ha insieme la spocchia del nero arrivato grazie al talento e la fragilità e la solitudine che la accompagnano. Meriterebbero l’Oscar entrambi. Il film è tratto da una storia vera di amicizia e probabilmente la sceneggiatura scritta dal regista in collaborazione col figlio del vero Tony Vallelonga ha il suo peso nella riuscita del film, anche quello candidato ai prossimi Oscar.
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