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Cold War

Amour fou nello spazio e nel tempo

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 01/02/2019

La locandina del film La locandina del film Non sarà gentile, ma ho visto "Cold War" un po' in ritardo e - inevitabilmente - già nella prospettiva degli Oscar che saranno attribuiti tra meno di un mese, in gara per il miglior film in lingua straniera. Categoria dove concorre - ahimè per "Cold War" - anche il bellissimo "Roma" di Alfonso Cuaron. Il film polacco di Pawel Pawlikowski si porta appresso un premio per la regia a Cannes, vari European Award (regia, sceneggiatura, attrice, montaggio). Cuaron e Pawlikowski hanno fatto entrambi un film in splendido bianco e nero, entrambi un film retrò, entrambi parlano dei rispettivi paesi, Messico e Polonia, entrambi di storie assai personali della loro famiglia sullo sfondo di quello che i loro paesi stavano vivendo in un preciso momento storico.
 
"Cold War" racconta la Polonia post bellica e stalinista, poi Berlino est col muro, poi la Parigi delle caves esistenzialiste, le soffitte del genere "La Bohème" di Aznavour, la Jugoslavia di Tito, e poi di nuovo Parigi e la Polonia anni Sessanta. Lo fa attraverso la storia di "amour fou", del tipo né con te né senza di te, tra Zula e Wiktor, lei cantante, lui musicista che sarebbe ben più raffinato del gruppo folkloristico che gli fanno dirigere e portare in giro per l'Europa a scopo propaganda politica. I due amanti si lasciano e si riprendono fino alla fine nello spazio e nel tempo, il cui scorrere è segnalato dal regista con momenti di buio totale e cesure che ne segnalano il passaggio.
 
Il tutto raccontato benissimo ma, come dire?, con una certa impudicizia e temerarietà nel mostrare il luogo comune (tipo tutta la parte parigina) come se non lo fosse. Il contrario del film di Cuaron che racconta la storia di una famiglia vista con gli occhi di una colf, tata e molto di più, la cui vita si intreccia con quella della famiglia borghese per cui lavora con un certo pudore. E il pudore dei sentimenti è molto più arduo da raccontare dell'amour fou conclamato e gridato, seppure in bianco e nero. Non mi va di fare pronostici. Certo è che se l'Academy, oltre a premiare un film molto bello come quello di Cuaron, intendesse anche fare un dispettuccio laterale a Trump, dare l'Oscar a un messicano di talento sarebbe perfetto.
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