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Gli 80 di Camporammaglia

Valerio Valentini, Laterza editore 2018

Ex libris - Elisabetta Bolondi 01/02/2019

La copertina del libro La copertina del libro Un piccolo paese arroccato sull’Appennino abruzzese, lontano ma non troppo dall’Aquila, “a cinque chilometri dal bar più vicino, a dieci dal primo supermercato, a diciassette dal centro dell’Aquila”: in questo posto dal nome di fantasia, Camporammaglia, vivono circa ottanta persone, che portano gli stessi cognomi, Marinelli e Michelini, che si conoscono, si sposano tra loro, condividono tradizioni e passatempi, parlano lo stesso dialetto. La voce narrante, il giornalista-scrittore Valerio Valentini, nato nel 1991, racconta quella realtà prima e dopo il drammatico terremoto del 6 aprile 2009, ore 3,33 di notte. L’allora diciottenne testimone, insieme ai suoi compagni, si trovò a vivere quel disastro da lontano, le notizie della semidistruzione dell’Aquila e dei paesi vicini, del grande numero delle vittime, cominciarono ad arrivare lentamente, nella quasi incredulità dei pochi abitanti del borgo montano, reso in parte inagibile: si dovette attendere l’arrivo della protezione civile, delle tende, delle brande, delle coperte, delle stufette, che giungevano a singhiozzo, mentre qualcuno cominciava ad organizzarsi in modo autonomo: chi tornando a suo rischio in casa, chi dormendo sul furgone attrezzato a camera da letto, mentre in una tenda comune si mangiava, si vedeva la tv, mentre cresceva il numero delle vittime rimaste sotto le macerie delle case crollate.
 
Valerio Valentini mescola in un’unica coinvolgente narrazione la propria infanzia, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i compaesani, con l’evolversi dei costumi, con l’arrivo di nuove mode, di musica, di luoghi da frequentare la sera, in contrapposizione o forse in continuità con le tradizioni paesane, la festa annuale del paese con le giostre, la processione della Madonna, le bancarelle con lo zucchero filato. Il circolo La Fonte, centro della vita sociale del paese dove si giocava a carte, si discuteva, si beveva, diviene durante i mesi che seguono il terremoto una sorta di ancora che conserva l’identità, protegge le abitudini, dà il senso di continuità ad un mondo che rischiava di sbriciolarsi. Ci sono nel racconto di Valerio Valentini pagine di grande efficacia narrativa condite con una buona dose d’ironia: le ragazze che sotto la tenda tengono corsi di trucco e manicure per le donne più mature, mentre all’odore del cibo cucinato si mescola quello dell’acetone per levare lo smalto, una visione realistica, uno sguardo attento e affettuoso  a chi ha dovuto vivere mesi, anni, in una condizione di convivenza forzata, di privazione dell’intimità della propria casa, resistendo comunque alle condizioni atmosferiche avverse, alla promiscuità, ai bagni chimici mai sufficienti, alla cucina da campo per accontentare tutti, al fuoco acceso per scaldarsi nelle notti gelide che fa lacrimare gli occhi, al nocino ingurgitato per scaldarsi.
 
Un bel réportage giornalistico anche il racconto del G8 berlusconiano, spostato frettolosamente da La Maddalena all’Aquila, per mostrare ai grandi della terra la potenza del governo del Cavaliere nell’operare una rapida ricostruzione dopo il sisma. I cittadini vittime del terremoto furono esaltati all’idea che i capi di stato li avrebbero visitati, ma la disillusione arrivò subito dopo. Un libro che focalizza aspetti originali ed inediti, una sorta di romanzo di formazione che va ad impattare con un evento enorme ed inatteso, che mescola le carte della convivenza fra cittadini, fra cittadini e istituzioni, fra genitori e figli, minando non solo la solidità degli edifici, ma anche e soprattutto quello tra gli umani, a stento sopravvissuti ad una catastrofe naturale. I diversi registri linguistici, l’uso del dialetto che si alterna al gergo giovanile e a quello della tradizione secolare degli abitanti della montagna, racconta un pezzo d’Italia troppo poco noto, attraverso lo sguardo attento di chi ha vissuto quella realtà ma ora la osserva da lontano, con un atteggiamento ironico e bonario, affettuoso ma nondimeno consapevole della angoscia vissuta e mai dimenticata.
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