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Il verdetto

Una giudice salva la vita a un testimone di Geova

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 26/10/2018

Il verdetto Il verdetto Si può riportare in vita – letteralmente – un giovanissimo malato, aprirgli nuovi orizzonti che neanche sospettava e poi fare come se niente fosse e lasciarlo solo al suo nuovo destino in nome di un’idea astratta di giustizia? E’ quello che fa la giudice Fiona Maye che, con procedimento del tutto irrituale, prima di emettere il verdetto (è anche il titolo italiano del film inglese “Children act” tratto dal romanzo “La ballata di Adam Henry” di Ian McEwan ) va a trovare in ospedale il minorenne testimone di Geova malato di Leucemia che rifiuta una trasfusione salvifica con l’appoggio dei genitori. Nel sangue c’è l’anima, sostengono, non si può mescolare con quello degli altri. Fiona riesce ad essere persuasiva con Adam, pronubi alcuni versi Yeats che lei conosce a memoria, lui forse li immagina di chi sa quale dotato paroliere. Adam si salva, ma si trasforma praticamente in uno stalker. L’austera Fiona in trench e tailleur nero castigati se lo vede parare davanti dovunque. Cerca di dissuaderlo, niente da fare. Adam adesso sta vivendo una nuova vita e vorrebbe condividerla con lei, nuovi gusti, nuove aspirazioni, magari andare a vivere con la giudice, praticamente un’adozione. Fiona non ha figli, ha un marito paziente (Stanley Tucci) ma che non ne può più di essere trascurato e ridotto a un accessorio, lui vuole farsi un amante, almeno ci prova e lo comunica, lei lo caccia di casa. Fiona resta sola con il suo pianoforte nella sua bella casa austera, lambris bianchi, legni opachi, solo un po’ di tappezzeria Mackintosh nell’ingresso. Non si possono mettere da parte tutte le proprie emozioni anche se in nome di un lavoro importante, appagante, che però si ruba tutta la sua vita. Fiona si scioglierà in un pianto catartico, anche se il marito è tornato, ma Adam e tutto quello che poteva significare sarà drammaticamente perduto per sempre. Di fattura classica, senza sbavature e concessioni, il film di Richard Eyre vede Emma Thompson sempre in scena, presente nelle nostre ore di spettatori come il giovane Adam la vorrebbe nella sua vita. Lei è la prova vivente di quello che può un grande attore inglese con sorvegliata misura e ritegno, dalla camminata svelta di chi ha poco tempo per sé, a come posa la borsa e il trench, a come scruta i testimoni dietro gli occhiali, a come esibisce le rughe esenti da qualunque botox e affini. Oscar subito, senza neanche sapere chi sono le altre nell’eventuale cinquina. E un premio anche al suo cancelliere, devoto, quasi muto, forse innamorato da sempre, che la conosce più di quanto lei voglia conoscere se stessa. Si chiama Jason Watkins ed è la prova vivente di quando si dice che un attore inglese si può fare notare per la sua bravura anche se dice solo ‘il tè è servito’ o poco più. Non ci sono piccole parti a teatro e al cinema, i grandi attori si vedono anche nelle piccole parti.
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