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I soldi sono tutto

Fabio Calenda, Mondadori, 2018

Ex libris - Elisabetta Bolondi 26/10/2018

I soldi sono tutto I soldi sono tutto Il romanzo del giornalista economico Fabio Calenda ha un titolo simbolico ed ironico ad un tempo: la frase “I soldi sono tutto” si trova alla pagina 218 del lungo racconto e ne riassume lo spirito. La vicenda che viene raccontata è in parte auto fiction: lo stesso autore fu coinvolto in quella truffa che venne riassunta dai giornali attribuendone la responsabilità a Gianfranco Lande, soprannominato il Madoff dei Parioli. E proprio dall’ambiente di Roma Nord prende spunto Calenda per ricostruire con tratti romanzeschi la vicenda che ha per protagonista Gianni Alecci, cinquantenne  elegante, marito di Eleonora Marcucci, padre di due maschi: il quasi trentenne Roberto, finanziere internazionale con carriera fulminante, ora fisso a Shanghai, e il sedicenne Stefano, liceale  molto appassionato di cucina. Bell’appartamento in Prati, liceo al De Merode di piazza di Spagna, quasi separato da Eleonora, giornalista mancata ma figlia di gente ricca, Alecci lavora in una società di Marketing all’Eur, ma non è  soddisfatto della sua posizione subalterna; anche il rapporto con la giovane e focosa amante Lou, con cui si incontra in rapidi convegni clandestini, lo lasciano svuotato e insoddisfatto. L’unica ricchezza che sembra appagarlo è una moto appena acquistata, la mitica Triumph Bonneville verde scuro e crema, in sella alla quale rivive l’atmosfera della sua giovinezza; in realtà e si sente un fallito, soprattutto agli occhi della invadente suocera Luisa, del figlio maggiore, da sempre il primo della classe, allontanatosi di casa per studiare sin dal liceo frequentato in Inghilterra a spese della nonna. L’incontro fatale che gli cambia la vita è quello con un ex compagno di scuola, presentatogli da un amico, l’avvocato Lepore, assiduo frequentatore di un luogo di potere, il Circolo Aniene. Si tratta di un ragazzo a suo tempo insignificante, Vincenzo Greco, oggetto di scherno dei compagni di classe del prestigioso collegio De Merode. L’uomo è ora un elegante finanziere  , che promette ai suoi clienti che gli affidano somme di denaro interessi altissimi, esibendo una sicurezza  tale da essere fatto oggetto di fiducia anche da parte di personaggi diffidenti e certamente non sprovveduti. Notai, professionisti, imprenditori, politici, esponenti del bel mondo romano fanno la fila per affidare a Greco ingenti  somme di denaro: una società misteriosa, dal nome greco, Aletheia, raccoglie con discrezione i denari che lui investirà in modo sicuro, mentre già si sta manifestando la crisi finanziaria che a partire dal 2008 travolgerà banche, investitori, risparmiatori. Ciò che mi è piaciuto nel romanzo di Fabio Calenda è la ricostruzione fedele di un pezzo di società romana che lui ben conosce, raccontata nella sua amoralità, nei picchi di disperazione a cui la corsa forsennata al denaro ha precipitato tanti. I rapporti familiari distrutti, la paternità mal vissuta o rimossa, la perdita del valore dell’amicizia, gli incontri fatti solo per convenienza, il sesso consumato frettolosamente, il disprezzo per le donne, la mondanità intesa solo  come possibilità di incontri utili e fruttuosi, l’invidia sociale, tutto questo è lo scenario in cui si inserisce la vicenda del protagonista e dei suoi comprimari. Gianni aspira a frequentare il “tavolo sociale” dell’Aniene, dove incontra persone che possono essergli utili per affermarsi come consulente dell’  affermato Greco; dopo aver convinto la moglie ad investire il ricavato della vendita di un appartamento  nei prodotti finanziari di Aletheia, ecco che Eleonora si riavvicina al marito e procura anche lei nuovi probabili clienti, interessata al denaro quanto lui. Un’alleanza basata sull’interesse,visto che non c’è amore, destinata a non durare. Nella Roma descritta da Calenda il lusso domina negli arredi, nelle tavole apparecchiate con piatti Meissen e porcellane Limoges, nei regali che ci si scambiano, gemelli di Bulgari, cravatte di Battistoni o di Marinella, nelle automobili che si possiedono, nei luoghi che si frequentano, Cortina, Capalbio, Cala Galera, nei cibi e nei vini raffinati, aragoste, gamberi, e l’immancabile Mont Blanc dell’Euclide; nella  Roma modello “La grande bellezza” si prende il tè da Badmington, si mangia alla Casina Valadier, si cena al Bolognese, ci si incontra al Locarno, si fa la convention aziendale all’Excelsior; ma tutto questo spreco di denaro è destinato ad una fine drammatica. Gli imbrogli di Greco a danno di centinaia di clienti si concludono con l’intervento della giustizia. Ma la vicenda umana di Gianni Alecci ha un esito diverso, che Fabio Calenda racconta nelle ultime pagine del romanzo con un sorta di empatica commozione, e che riscatta tante pagine del romanzo ciniche, intrise di sentimenti negativi, di storie sordide. Nelle pagine del romanzo si incontrano numerose citazioni di libri amati dall’autore: ecco Dante e il celebre canto di Ulisse; e poi Anna Karenina, che la moglie Eleonora alterna al libro erotico di Almudena Grandes, o Henry Miller, il Pinocchio di Collodi, il Chisciotte di Cervantes, un esergo profetico di Francesco Guicciardini. Così il linguaggio del romanzo è una sorta di pastiche linguistico, nel quale le locuzioni del parlato colloquiale infarcito di termini volgari, zoccola, troia, merda, cazzate, si alternano al linguaggio tecnico ed elitario dell’economia e della finanza, a quello della letteratura classica, pecunia non olet, un’intera citazione di versi dell’Odissea. C’è una bambina nel romanzo di Calenda, la piccola Stéphanie, l’unico personaggio femminile che sembra riscattare la misoginia latente che caratterizza i rapporti di Gianni Alecci con le donne: una bambina di cinque anni, affidata ad una tata etiope da genitori gelidi e lontani, che desidera l’attenzione degli adulti, a cui l’uomo sostanzialmente solo si avvicina: proverà a raccontare alla piccola la fiaba di Pollicino, nella sua enorme stanza da letto nella villa sontuosa dell’Aventino. Un tocco di umanità. Vi sono numerose  parole chiave nel testo, che ricorrono con frequenza a conferirgli un particolare  valore “semantico”, un termine amato da Gianni Alecci : vergogna, fiducia/sfiducia, paura, panico, gelo,  fango, e presente e reiterato sin dal titolo, soldi. “L’occasione da sempre sognata di farne a palate”, si rivela, nella narrazione di Calenda, davvero un brutto investimento, che solo le parole della letteratura riescono a raccontare con la sensibilità e l’esperienza di chi, scrittore, intuisce la possibilità di indagare le ragioni profonde di troppi assurdi comportamenti umani.
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