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Un affare di famiglia

Genitori e figli ai margini della societÓ

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 21/09/2018

Un affare di famiglia Un affare di famiglia Se a qualcuno interessano ancora le sorti e l’eventuale futuro della famiglia, rivolgersi al giapponese Kore‘eda Hirokazu e ai suoi film. Non solo all’ultimo e più estremo “Un Affare di famiglia” (ha vinto la palma d’oro a Cannes) ma sarebbe opportuna la rivisitazione di “Ritratto di Famiglia con tempesta”  (2016) e di “Father & Son” (2013). Nel primo la tempesta del titolo rappresenta una svolta nella vita dei personaggi e l’ultima opportunità per una famiglia ormai smembrata di passare ancora una notte insieme, al riparo, a parlare fitto e pacato, ad accettare il cambiamento. Il secondo sembra rispondere – o magari porsi ancora qualche domanda in più – al dilemma: di chi sono i figli, di chi li genera o di chi li alleva? Tutto partiva da uno scambio di neonati in culla, scambio che durava un bel po’ di anni, per esaltare poi, con tono sommesso com’è abitudine del regista, il buon senso e il buon cuore delle due madri che non erano sedute nel titolo ma alle quali bastava amare i figli e capirli, poco importa se scambiati, l’importante era saperli felici. Nella prima scena di “Un affare di famiglia” s’impara come si fa a rubare in un grande magazzino, a fare da insegnante è proprio un padre (che perderà presto il suo lavoro da edile) a un presumibile figlio appena adolescente. In casa vive un’altra figlia che si arrangia esibendosi in un peep show e per fortuna della famiglia c’è pure una nonna vedova che sembra vivere della pensione del marito. Nella casa caotica e precaria troverà posto anche un’altra bambina, piccola, deliziosa presenza del film, che sembra essere stata abbandonata su un balcone al freddo, piena di lividi - come un cagnetto prima delle vacanze d’inverno – da genitori che non la reclamano, come se non si fossero neanche accorti che lei ormai è altrove. La famiglia affettuosa e rabberciata che Kore’eda ci racconta per piccoli indizi per gran parte del film – prima dell’intervento della burocrazia – è tenuta insieme anche dalla paura della solitudine che, come ognun sa si può vivere pericolosamente anche nelle famiglie più legali, a cominciare dalla nonna che non vuole proprio morire da sola. Ecco ancora gli interrogativi ancestrali che il regista dissemina nei suoi film da qualche anno. Padri, madri figli lo si è per natura e per disposizione della legge o per scelta, o anche – come qui – nella totale irregolarità e ai margini della società? Una risposta la dà il ragazzino addestrato al taccheggio nella prima scena. Ormai separato dall’operaio edile, lo guarda da lontano dall’autobus che lo porta alla scuola regolare e lo chiama papà, piano, quasi sottovoce, come se lo dicesse solo a se stesso e all’affetto vero che prova per quell’uomo.
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