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La stanza delle meraviglie

New York protagonista

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 22/06/2018

La stanza delle meraviglie La stanza delle meraviglie Se avete amato il Todd Haynes di “Lontano dal paradiso” e di “Carol”, scordatelo. O almeno preparatevi ad altre, diverse, meraviglie con questo “La stanza delle meraviglie”. Sono  meraviglie  anche  assai diverse da quelle di “Hugo Cabret” il film che Scorsese ha tratto dallo stesso autore Brian Selznick, specialista di romanzi illustrati che alternano nel racconto parole e immagini. Qui anche sceneggiatore del suo romanzo omonimo, nato dalla fascinazione per un documentario sul linguaggio dei non udenti. Sono infatti non udenti i due protagonisti adolescenti Oakes Fegley Millicent Simmonds, lui non udente anche nella vita. E poi c’è la terza protagonista, se non la prima, New York. Ritratta in due epoche distanti cinquant’anni una dall’altra, nel ‘27 e nel ‘77, quando il cinema muto stava finendo per l’arrivo del sonoro e nei settanta un po’ pacchiani e rumorosissimi. Una è in bianco e nero muto come il cinema di allora, l’altra coloratissima. E poi ci sono le Wunderkammer racchiuse in wunderkammer più grandi, cioè alcuni musei di New York, quello di Storia Naturale (che molto ha già dato al cinema con le varie “Notti al Museo” con Ben Stiller) e uno meno noto ma che visto nel film vale il viaggio da solo, quello di Queens con quell’ enorme plastico di New York costruito per l’Esposizione Universale del ‘64 dove camminano nel finale Julianne Moore col ragazzino Oakes Fegley.
 
Oltre a New York c’è anche una storia, insieme di agnizione e di ricerca di se stessi. Oakes scappa di casa per andare alla ricerca del padre, mai conosciuto, ma che sa abitare a New York, Millicent vuole raggiungere la diva del muto Julianne Moore con le cui foto ha tappezzato la sua stanza. Le due storie e i due film (quello muto e quello sonoro) si alternano in sapiente montaggio e raffinata fotografia (di Ed Lachman) oltre che con i perfetti costumi  di Sandy Powell. Ogni tanto il regista sembra perdere il filo del racconto, come distratto dalle troppe apparizioni che crea e che a stento riesce a riordinare. Ma basterebbe l’ultima mezz’ora, di ricongiungimenti e di conoscenza ritrovata di se stessi, per farne un film da non perdere, per adolescenti e per adulti. E poi c’è New York che, nel ‘27 o nel ’77, parafrasando Billy Wilder che lo faceva dire a Sabrina per Parigi, "Is always a good idea".
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