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L'Atelier

Ritratto di un'adolescenza

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 15/06/2018

Una scena del film Una scena del film La Ciotat è una graziosa cittadina della costa francese non troppo lontana da Marsiglia e dalle Calanques. Ai cinefili fa battere il cuore per via di quell'''Arrivo del treno alla Ciotat'' che si può rivedere mille volte nel piccolo museo del cinema qui allestito qualche anno fa in onore e in ricordo dei fratelli Lumière. Per gli abitanti locali, giovani e meno giovani, è assai poco ridente da quando i cantieri navali sono in dismissione, sostituiti - si fa per dire - da ottime cliniche di riabilitazione dove i francesi della costa e della Provenza vengono a ristrutturarsi dopo incidenti, traumi, protesi. E' proprio a La Ciotat che Laurent Cantet, palma d'oro a Cannes dieci anni fa per "La Classe", ambienta "L'Atelier".
 
L'esuberante classe multietnica di allora è qui rappresentata da sette allievi che - con motivazioni assai diverse - si sono iscritti a un corso estivo di scrittura creativa. Nel loro piccolo anche questi allievi sono multietnici, un modo alternativo di passare l'estate sotto la guida di un'insegnante, scrittrice di gialli di successo, calata da Parigi col suo accento nervoso e "parigot" a contrasto con le loro parlate più meridionali e "decontracté". Non si discute più di tanto di letteratura, semmai gli scambi più vivaci avvengono su quello che è accaduto al Bataclan non poi tanto tempo fa e c'è chi non lo dimentica e lo rinfaccia. Tra questi spicca Antoine, adolescente locale diviso tra lavoretti mal pagati, videogiochi, parenti orientati a destra, amici che si esercitano a sparare davvero e non per finta nei videogiochi, disagio esistenziale di chi non vede prospettiva all'orizzonte.
 
Antoine parla poco ma è capace di critiche feroci ai romanzi dell'insegnante che, da parte sua, è in panne creativa e attratta da quell'adolescente speciale ed enigmatico. Lo studia, visita la sua casa e i suoi genitori, lo sottopone anche ad una specie di intervista, chissà, forse per sfruttarne la verità esistenziale da travasare in qualche personaggio di finzione. Una notte Antoine la sequestra, arma alla mano, la porta su una falaise, poi la lascia andare via, spara non a lei ma alla luna e poi butta la pistola in mare. "L'Atelier" è certo un film meno compatto ed esuberante di "La Classe", ma costruisce poco per volta, in una specie di crescendo erratico, come lasciandosi andare al dolce ritmo delle cicale, del sole e del mare del sud, un ritratto lacerante di adolescenza che cerca aiuto senza chiederlo. Neanche alla luna.
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