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Fragile Ŕ la notte

Angelo Petrella, Marsilio 2018

Ex libris - Elisabetta Bolondi 27/04/2018

Fragile Ŕ la notte Fragile Ŕ la notte Per gli scrittori italiani attualmente sembra che ci siano davvero due passioni: il genere noir, e la ricerca di ambienti sconosciuti e poco raccontati nelle rispettive città d’origine: penso alla Milano di Robecchi, Colaprico, alla Roma di Serafini Prosperi, Gilda Piersanti, alla Firenze di Gigi Paoli. Anche Napoli fa la sua parte, e in questo caso non c’è solo la  camorra, che riempie con i suoi delitti  pagine di cronaca ed ispira interminabili serie televisive: lo scrittore e sceneggiatore Angelo Petrella, classe 1978, firma un noir di ambiente alto borghese, ed affida ad un nuovo poliziotto, Denis Carbone, emarginato per l’uso dissennato del cognac Macallan, un’indagine molto complessa che porti alla scoperta di chi ha ucciso la quarantenne Ester Fornario, bella, sola, ricchissima, affamata di sesso estremo. La storia parte da una villa di Posillipo un po’ pacchiana, dove viene ritrovato il corpo di Ester, col capo sfracellato; il domestico filippino non sa nulla, ma si vede subito che è reticente. Denis Carbone deve sostituire il suo capo, richiamato a Roma per rispondere di un caso avvenuto anni prima, e si trova in prima linea in una indagine che mostra troppi misteri. Carbone non è del tutto affidabile, beve troppo, non è lucido, e vive nel rimpianto dell’unica donna cha abbia amato, Laura, che lo ha lasciato per un collega della pièsse più potente ed appoggiato di lui. La segue sotto casa, si apposta solo per vederla, rovista fra la sua posta, ne è ossessionato, a scapito della sua ormai incerta carriera. Ma Denis Carbone ha una grande capacità intuitiva, sa seguire le tracce giuste, è un investigatore intelligente e percettivo, e dopo una serie di rocambolesche avventure che lo portano ad allargare le sue scoperte in un lussuoso centro benessere in Toscana, in un appartamento abbandonato proprio di fronte alla villa del delitto, in alloggi modesti di Lago Patria, riuscirà a risolvere rischiando la sua stessa vita il caso. L’autore ci conduce in bar degradati, in locali sordidi, lungo strade poco note, nelle campagne di Castel Volturno, nel carcere di Poggioreale, oppure nelle strade della Napoli ricca, via Petrarca, Posillipo, dove girano molti soldi dalla provenienza incerta e domina un gusto pessimo: “Le stanze della villa erano più di trenta. Camere da letto, salottini arredati con pelli di felini, un divano lungo otto metri con le rifiniture in oro, quadri di artisti contemporanei, un Pollock che sovrastava il tavolo da bigliardo. Gente ricca. Gente senza scrupoli. Che muore o si suicida per un capriccio della serotonina o uno scoperto nel conto in banca".
 
Angelo Petrella fa una fotografia impietosa della città partenopea: i poliziotti mal pagati e poco riconosciuti socialmente si trovano di fronte a ricchi viziati ed arroganti, preda delle loro ossessioni, pronti a cadere nelle trappole del sesso, della deriva economica, del vizio. La corruzione dilaga anche in alcune parti degli apparati statali, e non c’è bisogno di ricorrere allo stereotipo della malavita organizzata, c’è del marcio anche in altri settori della società apparentemente lontani dalla logica camorrista. Si delinque per noia, per smania di potere, per ossessioni legate al sesso; la città delle cartoline  e della retorica del golfo più bello del mondo, del Vesuvio incombente, cede il posto ad una Napoli diversa, sporca, ferita a morte, in luoghi dove “La metropoli lasciava spazio alla desolazione della terra devastata”. Nei ringraziamenti che lo scrittore fa a numerosi colleghi che lo hanno sostenuto nella stesura di questo romanzo, spiccano anche i nomi di Maurizio De Giovanni e Giancarlo De Cataldo, ormai autorità indiscusse del genere noir. Ma vi sono anche quelli ad  Ernest Hemingway,  Raymond Chandler e James Ellroy, verso i quali Angelo Petrella dichiara di sentirsi in debito: in effetti questo romanzo appare come  una voce nuova, originale, un po’ diversa e dissonante, soprattutto per l’uso del linguaggio realistico ma senza troppe concessioni al parlato dialettale, dal ritmo incalzante, anzi, per dirla con De Cataldo, “indiavolato”.
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