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Tonya

Pattina con rabbia

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 06/04/2018

Una scena del film Una scena del film Ho passato notti insonni non molti anni fa quando a pattinare sul ghiaccio c'era lo "zar" Eugenij Plijuscenko. A parte l'abilità tecnica, l'eleganza, era impressionante la sicurezza con cui lo zar calcava le scene di ghiaccio, dovunque. Questo è il mio elemento, sembrava dire, lo possiedo totalmente, qui posso permettermi qualunque prodezza. Sotto la leggerezza impalpabile si intuivano la tenacia volitiva, le ore di allenamento ma anche il divertimento, la voglia di stupire sempre di più. La tenacia volitiva affiora spesso sotto il sorriso forzato di Tonya, la protagonista del film omonimo diretto con ritmo ammirevole dall'australiano Craig Gillespie, ritmo che ben si adatta ai volteggi pattinatori.
 
C'è anche parecchia cattiveria se non crudeltà nel raccontare la storia vera di Tonya Harding, la prima pattinatrice artistica americana a riuscire nel triplo axel, quello che viene spiegato così bene in slow motion, spostamento del peso da un piede per cominciare, tripla rotazione in elevazione e poi finire ricadendo col peso sull'altro piede, come se niente fosse. Provare per credere. Triplo axel in scena ma triplo trash e anche di più in privato. Bassa estrazione sociale, conculcata fin da piccola e ancor più da grande da una madre padrona e manesca, la più feroce critica di Tonya, "pattini come una lesbica incazzata" le dice per gasarla e fumando l'ennesimo sigarino e si sa che nel cinema americano da anni ormai chi fuma o è un killer o almeno il cattivo su cui puntare il dito. Più che leggerezza angelica Tonya sfodera potenza atletica e la cosa alle giurie dell'epoca non piace, almeno fino al triplo axel. Beccatevi questo.
 
Poi nel 1994 diventa ancora più famosa ma non come pattinatrice ma come presunta mandante di un incidente provocato alla diretta rivale Nancy Kerrigan prima delle olimpiadi di Lilehammer in Norvegia. Le botte nella sua vita continuano, non le prende più dalla madre ma dal marito finché, lasciato il pattinaggio per sentenza, si scatena in un nuovo sport, la boxe, dove forse può sfogare tanta violenza repressa. Del ritmo formidabile ho già detto, bisogna aggiungere l'originalità delle interviste (ricostruite su quelle ai personaggi reali) che gli attori interpretano guardando in macchina davanti a sfondi poco accattivanti di cucine e ambienti obsoleti e sciatti. Un'America come questa non poteva essere premiata da parecchi Oscar come avrebbe meritato il film, a parte quello assolutamente doveroso di non protagonista alla madre padrona, Allison Janney, che si fa intervistare con la bombola d'ossigeno e un pappagallo dispettoso sulla spalla a cui ogni tanto assesta uno schiaffetto, memore di quelli ben più violenti regalati alla figlia.
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